“La pasticceria Pantaleone” di Maria Serritiello

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La gustosa attività giunta alla quinta generazione, fu iniziata da “Mario” il capostipite, che nel 1868 intese, proprio nella cappella sconsacrata, fissare la tradizione dolciaria Salernitana. Prima di quella data il sito, che presenta come un tempo, due uscite: una proprio sulla frequentatissima Via dei Mercanti e l’altra di fronte alla chiesa di San Giorgio, ebbe con la vicina cappella di San’Antonio dei nobili, la funzione di portare conforto ai condannati alla pena capitale, eseguite quasi furtivamente nella vicina piazzetta che precede il “Largo Campo”. Del vecchio impianto religioso anche dopo vari restauri, ha conservato la caratteristica, sì da presentare alla città una bellezza distintamente barocca, imbrigliata con naturalezza nei riccioli burrosi dei suoi capitelli.
La navata centrale, l’unica, dove un tempo i fedeli, si presenta con disinvolta eleganza per accogliere i numerosi clienti alla ricerca di speciali golosità.
Il retrobottega oscuro e con gli stipi bianchi della passata sacrestia è l’attivo laboratorio, un misto di sacro e profano che impasta zucchero e farina, che solleva fumosi zabaglioni, che sbriciola mandorle e noci in un atmosfera sacrale, nella quale anche le dosi delle ricette sono sussurrate, come ad un confessionale, per mantenere il segreto della fattura. Situata ai piedi del palazzo nobiliare dei “Pinto”, stretto dalla chiesa di San Girgio e San’Agostino, avvicinata al duomo da vicoli puliti, per il noto punto vendita dei dolci più lavorati, nessuna meraviglia se le apprezzate specialità della casa sono di ispirazione clericale. Infatti i pezzi forti della ditta restano il soffice “babà” poroso, stipato di crema, di colore marrone scuro, come i semplici sai francescani e la “scazzetta del prete” che nella forma riprende il giro circolare che un tempo copriva, per l’appunto, i capelli dei prelati. Proprio nell’intento di conservare e assicurarsi l’esclusività di quest’ultima eccezionale leccornia gli eredi della dolce tradizione, l’undici aprile del ‘ 94 hanno depositato il marchio della sua originalità.
E delle specialità lavorate in questo particolare luogo si accorsero anche i componenti “la Reale” casa dei Savoia che nell’Italia monarchica elevarono i “Pantaleone” a rango dei fornitori della nobile famiglia. Così nelle frequenti visite che Re Umberto faceva, sostando nella vicina, stupenda e panoramica “Villa Guariglia”, le dolci proposte della distinta pasticceria lo raggiungevano più veloce. Molte sono state le personalità cittadine e non, dello spettacolo o della politica, che hanno voluto consumare il rito della “pastarella” da Pantaleone, un’elencazione di tutto rispetto che annovera tra gli altri Alfonso Menna, Pupella Maggio, Luca De Filippo, Luciano De Crescenzo, Susanna Agnelli, Eleonora Giorgi, Enzo Iacchetti, Ugo La Malfa, Clemente Tafuri, Alfonso Gatto, ma che vergati ha idealmente i nomi dei Salernitani tutti, perché nessuno ha tirato dritto nel passare dinanzi all’invitante luogo. Sarà destino, ma per la vetusta pasticceria, che esporta profumate pastiere perfino in Giappone e che squadra “zuppette” bianche di zucchero vanigliato, con farcitura di ricotta, intrecciare la propria storia con chiese e conventi. E così anche per le barocche sfogliatelle “santarosa” a forma di piramide vi è un’origine fortemente ecclesiale. Vuole, infatti, la tradizione che esse, un tempo, venivano lavorate dalle suore di Santa Rosa “di qui il nome” presso il convento religioso di Conca dei Marini. Nelle celle virginali, prive di ogni altra tentazione, le pie sorelle, silenziose e pazienti, offrivano confezionate golosità, che più tardi avrebbero trascinato, irresistibilmente, il gusto di un intera città, alla trasgressione.‘ Maria Serritiello

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Foto: Google Maps - ©2011 Google

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“La pasticceria Pantaleone” di Maria Serritielloultima modifica: 2011-12-21T09:22:00+00:00da admin

Un pensiero su ““La pasticceria Pantaleone” di Maria Serritiello

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