Lina Olivieri, la “Signora” del mare di Salerno (di Maria Serritiello)

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Era lei a dare il via ad ogni estate, col rito d’inizio uguale e fissato inequivocabilmente al 15 giugno, lei che con garbo istintivo e sana energia aveva saputo conservare, nel suo lido, le buone regole dell’educazione, così lontane da ogni dove. Eppure non era portata per la conduzione dello stabilimento che con successo al “porto” le sorelle Anna Maria e Dora portavano avanti da tempo, anzi ne aveva un rifiuto netto, anche perché la sua vita girava altrove e in tutt’altra direzione. Fu solo nel 1970 che rispose con una sorta di “obbedisco” iniziale al richiamo familiare, ma che in seguito si tramutò in orgoglioso e puntiglioso impegno. E comincia bene la giovane “Lina”, nella sua conduzione, infatti, si confermano vecchie regole e se ne affermano di nuove che daranno buon nome, al “Lido”, l’unico, in questa zona, assieme al vicino Miramare, attualmente ristrutturato elegante, ad avere tradizione alle spalle e a sollevarsi in tanta spiaggia libera, affollata e consueta in quegli anni. Così per essere sicura che nelle sue larghe e spaziose cabine non vi fossero più persone di quante dichiarate, non esitava a contare le paia di scarpe, otto, dovevano essere per l’esattezza e se nella conta risultavano in più, prontamente venivano caricate su di una carriola e portate via. Certo un metodo impopolare ma necessario per mantenere il controllo sui presenti. Sabbia sottile e dorata per 350 metri di spiaggia e panorama non ancora del tutto affossato dalle brutte costruzioni intorno, il “Lido” offriva ai bagnanti, un clima da vero soggiorno balneare, da vivere per l’intera giornata a due passi dalla comodità della propria casa, invidiato da chi già cominciava a comprare nella Calabria selvaggia, per via del mare poco pulito. Siamo nel ’73 ed ecco apparire al “Lido” la piscina, una costruzione impensabile per vecchi salernitani che col mare hanno avuto da sempre un rapporto carnale, ma necessaria per sopportare la decadenza del nobile specchio d’acqua e la trascuratezza dei governanti. Così la moderna struttura la si colloca in disparte, in un ristretto recinto di 42 cabine ma accanto ai due quadrati di destra e sinistra, su di un benevolo trono dal quale vigila il piccolo quartiere, divenuto ormai un parentado, tant’é la familiarità con la quale i clienti si ritrovavano ogni anno. Tutte le mattine d’estate Lei era là, disegnata da sobri vestiti, ornata da spille e collane, una più bella dell’altra e mai in eccesso, col sorriso dell’accoglienza stampato sul viso e con l’occhio attento, vigile a chi entrava. Un feudo il “Lido” e come tale aveva una sua struttura che lo connotava e lo distingueva allora. Doveva essere bello un tempo arrivarci e ben lo comprese Attilio Olivieri, padre, spostandosi dal porto in questo luogo, spinti dal profumo immenso, inebriante degli aranceti e dei mandarineti, giunto fino al mare per congiungersi indissolubile all’invasiva e attaccaticcia salsedine, nei giorni di bonaccia. Un profumo ormai perso nella zona ma che i nostalgici ancora trovano, nella fioritura di maggio, rincantucciato nei pochi alberi sfuggiti al macete del “Parco del Mercatello” Sì, doveva essere proprio bello prendere i bagni nel mare discosto di una città che estendeva la sua tranquilla lunghezza da Piazza ferrovia al Teatro Verdi. Arrivare fin qui per i salernitani di allora era come fare un viaggio, così la filovia che sferragliava tra il verde disteso degli ombrosi giardini e l’azzurro inquieto del mare aveva un confine naturale nella ristretta piazza tenuta a cerchio da palazzotti a due piani che non occupavano la vista come adesso ma nei quali ferveva e l’attività commerciale di don Nicola, il salumiere, che tra una “spicciata” e l’altra si godeva il fresco dell’estate sotto il pergolato, cresciuto ombroso dinanzi al comodo esercizio e il fervore industriale della fabbrica. Oggi non si crederebbe ma in una delle due case che ancora conservano la bassa struttura del tempo, sforzandosi di distinguersi dalla cementificazione selvaggia e irriverente dell’habitat, vi era una fabbrica di caramelle, gli “champagnini”, una golosità di cui con rammarico non si ha più la memoria del loro sapore. Vecchio Lido, con i ricordi di guerra sul groppone, gli inglesi lo requisirono per stanziarvi il proprio esercito e lo lasciarono a malincuore solo nel ’46 e ancora fu, il vecchio Lido, a far da mensa agli allievi ufficiali che ebbero il privilegio di gustare gli inimitabili piatti di un cuoco d’eccezione “Carminuccio” della “Rosetta”, per anni storico ristorante della città che ancora si rimpiange, tanto da far intendere ormai la sua rinomata cucina, come sinonimo del mangiare gustoso e raffinato. Vecchio Lido con la buona società imprenditoriale e non del tempo che rispondeva al nome degli Scaramella i D’Amico, i Moscato, i Morese, i De Roberto i Quagliariello e ai tanti altri che nell’ambiente appartato trovavano il riposo ma anche il benessere del mare. Solo più tardi ci fu il ricambio ed ad invaderlo, furono gli intellettuali e la fascia della borghesia. Il tempo al Lido scorreva uguale e se qualche impercettibile cambiamento avveniva era cosa lieve tanto da non essere rilevato, così, la signora Lina e la sorella Anna Maria, malgrado il passar degli anni, erano sempre le stesse ed anche i loro i bagnanti, fissati come in un’elegante immagine di “belle epoque”. Ogni tanto, però, a dispetto dell’immortalità della signorile stazione balneare, qualcuno se ne andava per sempre ed era da tutti accusata la mancanza, perché il Lido era appartenenza e per esserci da così tanto tempo è stata la storia di tutti noi, una storia che è durata per gli Olivieri dal 1936, così come è scritto sul cuneo d’ingresso. L’aristocrazia del mare, senza esagerare e senza piaggeria la si trovava solo qui grazie all’icona “Lina Olivieri” che seppe con garbo naturale trasfondere il suo stile elegante di vita in questa sua creatura marina, alla quale è restata attaccata come ad un giovane amore. Ora Lina Olivieri, giustamente si è ritirata per beneficiare della meritata pensione, ha qualche ruga di troppo e ci sorprende per questo, perché le sirene del mare non hanno età e Lei è stata, per l’appunto, la sirena che per oltre 60 anni con il mito del Lido ebbe a custodire e a governare il lento trascorrere sotto il sole delle ore spensierate dell’estate.
Maria Serritiello

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“La gioventù salernitana degli anni ‘60” di Maria Serritiello.

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Cominciava a quel tempo a manifestarsi, anche a Salerno, un certo fermento giovanile, quello che in seguito, altrove, si sarebbe connotato come il movimento studentesco del ’68 ed ecco che il modello limitato al perimetro studio/lungomare/famiglia, sino ad allora consumato, si rivelò improvvisamente stagnante, per una certa gioventù della città. L’idea, allora, di considerare un’alternativa valida al tran tran che non fosse solo una sorta di anticamera giovanile al circolo sociale ma un percorso alla ricerca della propria identità, si fece strada tra un gruppo di giovani universitari. E così prima in Via Arce, il 1° giugno del 1963 e poi in Via Cannonieri 3 (angolo Via Roma), il 4 ottobre del 1964, quel gruppo contrariato da una certa leziosità di stile che cominciava a contrassegnare “La Scacchiera” abbandonò le pigre serate, che pur rappresentavano una novità nell’inerte scenario salernitano e diede inizio ad un nuovo circolo il “Ridotto”. Il nome semplice e rassicurante fu scelto dai fondatori quasi per evocare un ambiente nel quale vivere una familiare complicità ed un confronto con gli altri senza rigori formali, finalmente un luogo dove ritrovarsi, non finanziato dai familiari o da terzi, interessati a ingerenze e a strumentalizzazione. Il Ridotto, al suo nascere, fu subito una specie di “zona franca” nel quale fu possibile trasgredire quel tanto di conveniente per l’epoca e sotto l’occhio vigile dei genitori che, molto spesso, si aggirarono nelle stanze, rimesse a nuovo dai volenterosi soci, per accertarsi in quale ambiente i loro figli, ma soprattutto le figlie, si sarebbero mossi. I tempi erano diversi, migliori ed anche i giovani lo erano, sicché abbandonata la facile goliardia si provvide a stilare un programma sociale che contemplasse in modo equo il tempo culturale, il tempo ricreativo e quello sportivo. Fu facile per i giovani fondatori, oggi tutti affermati professionisti, Mario Colucci, Rodolfo De Spelladi, Sergio Barela, Italico Santoro, Enzo Barone, Lucio Mascia e Lucia Annunziata, proprio lei che in seguito sarà la giornalista tutto di un pezzo della Rai e di certa stampa colta, proporre le dotte conferenze, preparate nella cessata libreria Macchiaroli e considerate di buon livello dagli intellettuali emergenti: Rino Mele, Pino Cantillo, Aldo Schiamone, Lucio Avagliano, Massimo Panebianco, Angelo Trimarco, di tanto in tanto di passaggio al Ridotto. Nei dibattiti che avevano per tema “Il nuovo ruolo della donna nella società”, “Il Matrimonio”, “Il Divorzio”, “Fidanzamento: flirt o impegno?”, “Il controllo della vita sessuale del singolo” sfilava l’ingenua vita di una cittadina di provincia di un’Italia appena uscita dalla civiltà agricola e che credeva possibile il sincretismo tra la cultura laica e marxista con quella cattolica. La vocazione giuridica dei tanti soci produsse la partecipazione erudita di docenti disposti a discettare, tra l’altro, su “L’Italia di fronte alle regioni”, “I nuovi temi della questione meridionale”, “Libertà ed autonomia costituzionale nello stato contemporaneo”, presupposti per una comune alfabetizzazione politica. E poi “Il Ridottosi occupò di musica jazz, di poesie di Brecht, di film di Antonioni e Bergman, di diapositive sulla guerra del Vietnam, di feste danzanti, di teatro e di cabaret, del “papiello” (una sorta di battesimo laico) per le matricole, dei travestimenti a carnevale, dei tornei di ping pong, della squadra di calcio, di gite sulla neve, di mostre del libro e quelle collettive dei pittori, di cacce al tesoro per la città, di sfilate di moda, presentate invariabilmente da ragazze e ragazzi ed infine il mare, con le sue giornate distese al sole, sulla spiaggia dell’Arcobaleno al porto. Un libro del 1995 “Le stagioni di Via Cannonieri”, di Enzo Barone, uno dei protagonisti della gioventù del “Ridotto”, descrive tutto ciò con esatta meticolosità, lascando un’utile testimonianza di quegli anni ai giovani di questa città. Indimenticabili, dunque, quei giorni in Via Cannonieri, per l’ intensità, la varietà e la capacità formativa, tutto alla modica cifra fissata prima in lire 1000 e poi in 1500 al mese, con pagamento di 300 lire di mora, quasi sempre abbuonate, se ritardatari. Ecco, gli anni ’60 salernitani si descrissero attraverso le ingenuità di una certa gioventù che proprio in quegli anni s’incontrava su al “Ridotto, spensierata e stupefatta, inconsapevole e pur già nella storia che preparava il ’68. Per i giovani del mitico circolo quegli anni furono gli ultimi vissuti in un clima semplice, piacevolmente pigro, scandito dalle canzonette dei primi 45 giri, rigirati nei juke-box e una su tutte “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stone” cantata da Gianni Morandi. Fu solo l’inizio, in seguito tutto non sarebbe stato come prima, tant’è vero che il “Ridotto” si chiuse.
Maria Serritiello

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“La pastoraia di Via Giudaica” di Maria Serritiello

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Il posto che la ricoverava, angusto e scuro come una carbonaia, era un basso senza finestre che prendeva luce dalla strada e d’inverno si riscaldava con del fuoco, sistemato in una vecchia “bagnarola” di zinco annerito. Una scala di legno malandata portava, poi, ad un soppalco cigolante, dove “Fortuna” in compagnia del marito viveva la sua semplice vita. Qui circoscritto, tutto il suo regno, ma a lei non sembrava. Presto il mattino, sforato nel vicolo come un dono, la vedeva alzata con indosso abiti dimessi,la pastoraia di via giudaica,via giudaica salerno,maria serritiello,notino fortuna salerno,luigi scermino salerno,sacchi di juta,presepi salerno,botteghe salerno,artigiani salerno,storie salernitane,maestro carotenuto,presepe di carotenuto,sala san lazzaro del duomo di salerno quelli riportati uguali proprio in certi suoi manufatti: gonna nera arricciata, camicia bianca, grembiule e scialle scuro. Appena apriva, spalancando, le due metà della porta di legno, che nella notte le rinserravano la vita, il buio lasciava il basso e lei si trovava a sporgere il capo nella strada prima di chinarlo per l’intero giorno sulla creta. Con gesti lenti, ordinati, sempre uguali e prima della tranquilla manipolazione, si costruiva ogni volta un forno rudimentale, per la cottura dei suoi piccoli capolavori e ciò rientrava con naturalezza nell’affaccendarsi della giornata. Curva, per la prolungata postura china, accogliente e con un ripetuto e dolce sorriso, si concedeva volentieri alle parole per raccontare il passato, quello che, per farlo rivivere fisso a grandi e piccini, accorta, impastava tra le mani, così, semplicemente, come pane. Nella sua scurita bottega, gli odori si raccoglievano volentieri, come le persone. Spesso, trascurando, per poco il negozio di scarpe dello zio, accorreva, tra gli altri Luigi Scermino, appena fanciullo, per ascoltarla e per approfittare del suo fuoco acceso nella stagione fredda. Scermino, per anni, ora non più, viso aperto e occhi azzurrissimi, ha trascorso la vita vendendo calzature nello stesso negozio dello zio.
Intanto Fortuna, la creta impastata e soverchia la conservava nel sacchi di juta umidi, cominciava il lavoro molto prima dell’estate e proseguiva fino a natale per poi andare oltre, lavorando sempre con lena. Ma chissà come le era nata la passione per la creta in un mondo femminile che si rivolgeva naturalmente all’arte del ricamo, come la più adatta, come le sue abili mani avevano preso a modellare la pasta grezza invece di stringere tra le dita l’ago. Così, innumerevoli buoi, asinelli e statuine dai volti popolari, strappate a quella realtà che le si faceva incontro ogni giorno, hanno trovato posto nei presepi di mezza città; tanto belli che spesso venivano acquistati prima della coloritura, portati via a forza dalle rudimentali mensole su cui erano appoggiati, appena essiccati. Fortuna aveva per i suoi pastori un‘affezione particolare, perciò se ne staccava sempre malvolentieri, forse su quelle statuine l’espressività rievocava incisa le vane speranze, i carichi pensieri e i covati desideri, insomma nei tratti popolari, i segreti della sua anima pulita. I pastori erano il suo pane e come tale, prima della lenta cottura alimentata su di essi il gesto devoto della croce, proprio come si faceva un tempo infornando l’alimento quotidiano. E poi, le sue creature preferite, divenute anche le nostre, veri piccoli oggetti da collezione: la zingara col figlio in braccio, la lavandaia, il venditore di castagne, il banco della verdura, Benino che dorme e gli angeli, semplici oggetti di culto che vanno ormai scomparendo, perché Fortuna non li impasta più. Giustamente, allora, da un po’ di anni, con la sua semplice storia e la scura figura bonaria è divenuta personaggio dipinto nell’artistico presepe del maestro Carotenuto, esposto nella sala San Lazzaro del Duomo. La vecchia pastoraia di Via Giudaica è messo lì ad arricchire la vecchia scenografia di Natale e ad alimentare il ricordo nostalgico dei tanti salernitani che, numerosi, vanno nel vano buio, proprio per incontrarla.Maria Serritiello

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“La pasticceria Pantaleone” di Maria Serritiello

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La gustosa attività giunta alla quinta generazione, fu iniziata da “Mario” il capostipite, che nel 1868 intese, proprio nella cappella sconsacrata, fissare la tradizione dolciaria Salernitana. Prima di quella data il sito, che presenta come un tempo, due uscite: una proprio sulla frequentatissima Via dei Mercanti e l’altra di fronte alla chiesa di San Giorgio, ebbe con la vicina cappella di San’Antonio dei nobili, la funzione di portare conforto ai condannati alla pena capitale, eseguite quasi furtivamente nella vicina piazzetta che precede il “Largo Campo”. Del vecchio impianto religioso anche dopo vari restauri, ha conservato la caratteristica, sì da presentare alla città una bellezza distintamente barocca, imbrigliata con naturalezza nei riccioli burrosi dei suoi capitelli.
La navata centrale, l’unica, dove un tempo i fedeli, si presenta con disinvolta eleganza per accogliere i numerosi clienti alla ricerca di speciali golosità.
Il retrobottega oscuro e con gli stipi bianchi della passata sacrestia è l’attivo laboratorio, un misto di sacro e profano che impasta zucchero e farina, che solleva fumosi zabaglioni, che sbriciola mandorle e noci in un atmosfera sacrale, nella quale anche le dosi delle ricette sono sussurrate, come ad un confessionale, per mantenere il segreto della fattura. Situata ai piedi del palazzo nobiliare dei “Pinto”, stretto dalla chiesa di San Girgio e San’Agostino, avvicinata al duomo da vicoli puliti, per il noto punto vendita dei dolci più lavorati, nessuna meraviglia se le apprezzate specialità della casa sono di ispirazione clericale. Infatti i pezzi forti della ditta restano il soffice “babà” poroso, stipato di crema, di colore marrone scuro, come i semplici sai francescani e la “scazzetta del prete” che nella forma riprende il giro circolare che un tempo copriva, per l’appunto, i capelli dei prelati. Proprio nell’intento di conservare e assicurarsi l’esclusività di quest’ultima eccezionale leccornia gli eredi della dolce tradizione, l’undici aprile del ‘ 94 hanno depositato il marchio della sua originalità.
E delle specialità lavorate in questo particolare luogo si accorsero anche i componenti “la Reale” casa dei Savoia che nell’Italia monarchica elevarono i “Pantaleone” a rango dei fornitori della nobile famiglia. Così nelle frequenti visite che Re Umberto faceva, sostando nella vicina, stupenda e panoramica “Villa Guariglia”, le dolci proposte della distinta pasticceria lo raggiungevano più veloce. Molte sono state le personalità cittadine e non, dello spettacolo o della politica, che hanno voluto consumare il rito della “pastarella” da Pantaleone, un’elencazione di tutto rispetto che annovera tra gli altri Alfonso Menna, Pupella Maggio, Luca De Filippo, Luciano De Crescenzo, Susanna Agnelli, Eleonora Giorgi, Enzo Iacchetti, Ugo La Malfa, Clemente Tafuri, Alfonso Gatto, ma che vergati ha idealmente i nomi dei Salernitani tutti, perché nessuno ha tirato dritto nel passare dinanzi all’invitante luogo. Sarà destino, ma per la vetusta pasticceria, che esporta profumate pastiere perfino in Giappone e che squadra “zuppette” bianche di zucchero vanigliato, con farcitura di ricotta, intrecciare la propria storia con chiese e conventi. E così anche per le barocche sfogliatelle “santarosa” a forma di piramide vi è un’origine fortemente ecclesiale. Vuole, infatti, la tradizione che esse, un tempo, venivano lavorate dalle suore di Santa Rosa “di qui il nome” presso il convento religioso di Conca dei Marini. Nelle celle virginali, prive di ogni altra tentazione, le pie sorelle, silenziose e pazienti, offrivano confezionate golosità, che più tardi avrebbero trascinato, irresistibilmente, il gusto di un intera città, alla trasgressione.‘ Maria Serritiello

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Foto: Google Maps ©2011 Google

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Le caramelle veneziane

le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salernoNel 2005 per un periodo, non lungo, Matteo Scannapieco, riprese al ‘Corso’, l’antica fattura delle ‘Caramelle Veneziane‘. Per molti fanciulli di una certa età fu una gioia …
Solo per qualche tempo, nel 2005, dall’affollato incrocio di Piazza Malta, allo slargo di Piazza Portanova, si risentì nelle narici l’odore dello zucchero cotto delle ‘caramelle veneziane’. Il buon odore, in effetti, mancava, a quanti erano di passaggio per il corso, dall’ 88 e cioè da quandole caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno Matteo Scannapieco, per il nuovo assetto del salotto cittadino, smise l’attività, impoverendo ancor più un tratto di strada che, per buona parte, ha racchiuso, un tempo più di oggi, lo svolgere della vita salernitana.
Qui, infatti, c’erano i più importanti esercizi commerciali, i bar frequentati per la chiacchierata tra amici ed il consumo in piedi del liquido nero, la ‘Casa del Caffé‘ per acquistarlo fresco e tostato, la Standa, una specie di bazar per ogni acquisto possibile ed il cinema, quattro per l’esattezza: il Capitol, l’Astra, il Mini ed il Metropol, dal quale nella bella stagione, oltre alle immagini le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salernodelle star, si potevano scorgere, da un oblò mobile, spalancato magicamente sulle teste degli spettatori, le stelle ed il cielo. A sentire la mancanza delle caramelle dai vivaci colori, quando “Matteo” smise fu, soprattutto, una certa generazione, quella del dopoguerra alla quale le gustose leccornie venivano offerte avvolte in un piccolo cono di carta oleata e come premio guadagnato.
Ad iniziare la lavorazione artigianale al numero civico 245 del corso Vittorio Emanuele fu ‘Ernesto‘ il padre di “Matteo”, una passione a sua volta trasmessagli dal di lui padre e che senza interruzione svolse dal ’46 al ’74, quando, appunto, passò il testimone al proprio figlio. Per anni la bancarella addobbata festosamente dalle ghiottonerie colorate, come il vestito di Arlecchino, la maschera veneziana, da cui il nome delle caramelle, ha raccolto intorno a sé, ad ogni inizio di lavorazione, grandi e piccini. Ernesto prima e il figlio poi, novelli ‘Merlino‘ riuscivano con destrezza, per mantenere alta la tradizione, a mutare davanti a tutti e in un corpo rotativo riscaldato dal fuoco, la polvere granulosa dello zucchero, in una matassa filamentosa che allacciata e riallacciata ad un ganciole caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno della stessa bancarella, si trasformava, all’istante, nei gustosi coriandoli. La ricetta, semplice, dallo zucchero all’aroma, dal fuoco alle poche gocce di colore, è stata sempre segreta, infatti, non si tramandava neppure da padre in figlio e se, nei due periodi successivi, Matteo riuscì a continuare la produzione fu dovuto al fatto che, nel dna di questa famiglia, c’è la predisposizione e la capacità di “rubare il mestiere”, malgrado la segretezza di ognuno. E così nel 2005, dopo17 anni, Matteo sentì di nuovo il bisogno di riprendere ciò che aveva sospeso, ora definitivamente abbandonato. Ma il vecchio banco con la spianatoia di marmo bianco, sul quale tre generazioni hanno posato le mani, rifacendo gli le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno, la ex standa a salernostessi gesti, mescolando ed amalgamando gli stessi ingredienti, come avevano fatto il padre ed il nonno di Matteo, è impresso nella memoria collettiva dei salernitani. Per magia negli occhi di quelli che ricordano, ancora si allineano, le particolari caramelle, uniche nel gusto e fantasiose nei colori che richiamavano il rosso della fragola, il giallo della banana, il verde della menta e il bianco dell’ anice, con il chicco nero di caffé, detto “mosca”. Chissà, se mai più la tradizione di famiglia avrà una continuazione nel futuro e se all’improvviso, gli eredi di Matteo sentiranno, malgrado le loro professioni, il richiamo della dolce alchimia, che nessuno ha trasmesso loro, chissà… intanto per la gioia della memoria, ci basterà socchiudere gli occhi nel posto dove da bambini tiravamo per la manica i genitori, ed esprimere un desiderio, magari sotto le stelle cadenti delle scintillanti luci d’artista, per ritrovare intatto il dolce del gusto.‘ di Maria Serritiello 

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Foto: casa.it; nataleword.com; ilmegafono.org; kataweb.com; blognatale.com

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L’antica popolare pasticceria Chianese (di Maria Serritiello)

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Un po’ prima d’inoltrarsi nello slargo del Largo Campo, soffermarsi nella pasticceria Chianese è un forte richiamo che poco ha di commerciale per molti salernitani ma che ogni volta amano rinnovare.
La titolare, Nicolina D’acunto, una dolce signora di unapasticceria,pasticceria chianese salerno,signora d'acunto salerno,largo campo,curiosità salerno,storie della città di salerno,professoressa maria serritiello,nicolina d’acunto salerno,garibaldi curiosità,scorzette di cedro e zucca candite,cannellini bianchi appuntiti,struffoli di natale certa età, accoglie tutti con un contenuto sorriso, quello che si può ancora trovare sulle statue delle Madonnine venerate in costiera. I capelli tirati indietro e fermati dalle forcine di finta tartaruga, sono uguali a quelli delle nonne, quando avevano tutte la stessa faccia. La dolcezza è quella dei suoi dolci che senza mai stancarsi e nel timore di Dio, fa da anni e da sola. La sua è una storia semplice, malinconica che la vede prima giovanissima, perdere il compagno della sua vita e poi consegnata al tempo, instancabile e laboriosa. Si entra, pasticceria,pasticceria chianese salerno,signora d'acunto salerno,largo campo,curiosità salerno,storie della città di salerno,professoressa maria serritiello,nicolina d’acunto salerno,garibaldi curiosità,scorzette di cedro e zucca candite,cannellini bianchi appuntiti,struffoli di natalelasciando nella strada l’ombra dei vicoli e nella pasticceria che, nella sua storia, vanta di aver fatto assaggiare gustose zeppole perfino a Garibaldi, si ha l’impressione che gli ammodernamenti eseguiti non più di 5 anni fa, poco o niente hanno cancellato tracce di un passato qui annidato, profumato alla cannella. All’istante, il luogo e la piccola signora, risultano familiari, si ha voglia di parlare, ascoltare le sagge parole messe in fila e offerte naturali, come un pacchetto di durevoli amaretti. E di cose ne dice ma sempre dosandosi, come per una ricetta buona e quando dettaglia sul grano rifornito a interepasticceria,pasticceria chianese salerno,signora d'acunto salerno,largo campo,curiosità salerno,storie della città di salerno,professoressa maria serritiello,nicolina d’acunto salerno,garibaldi curiosità,scorzette di cedro e zucca candite,cannellini bianchi appuntiti,struffoli di natale generazioni della città per la fattura della pastiera, il sostanzioso dolce Pasquale, il racconto diventa una favola del c’era una volta. “Il grano” dice con fievole voce, mentre assesta le mani operose nel grembo protetto da un bianco sinale è portato fin qui da un grossista napoletano. Secco e tenero esso va lavato sette volte. Ecco, la ripetizione del gesto metodico della preparazione diventa simile al magico elemento delle favole vere: “…sette paia di scarpe ho consumato…, sette gnocchi hai da preparare se il principe vuoi sposare… e sette sono le leghe per il gatto con gli stivali…”. pasticceria,pasticceria chianese salerno,signora d'acunto salerno,largo campo,curiosità salerno,storie della città di salerno,professoressa maria serritiello,nicolina d’acunto salerno,garibaldi curiosità,scorzette di cedro e zucca candite,cannellini bianchi appuntiti,struffoli di nataleAllora, la cucina che s’intravede al di là del bancone e le scansie rinnovati quel tanto che basta, assume la struttura di antro spolverato dalle suggestioni incantate, con i suoi calderoni di lucido rame, ogni anno stagnati da un artigiano di Coperchia, avanti negli anni, con le grandi circonferenze che inghiottono un mezzo quintale alla volta di granuloso impasto e con lunghe, capaci cucchiaie di legno che servono ad aiutare le quattro ore di cottura. Ogni tanto, l’alchimia profumata riceve acqua tiepida, appositamente aggiunta per non far prosciugare il composto. Gesti lenti pazienti scenici che nessuno più sa interpretare e la stessa signora arrendevole dice consapevole “tutto è cambiato, non c’è più nulla come prima”. Ma come prima, come sempre, Lei, ha con gli avventori un legame di parentela, dispensando caramelle ai più piccini, chiedendo affettuosamente notizie sui più vecchi e rallegrandosi che ai suoi clienti, come per i familiari, le cose vadano bene. Cinquant’anni trascorsi così, ad addolcire testardamente tutto l’amaro della vita, a fare del suo mestiere una nobile arte. E tante, tra le altre, le sue specialità: dalle scorzette di cedro e zucca candite, al pan di spagna spalmato di “naspro”, la glassa di zucchero cotto, dai confetti di mandorle e cacao, alle “teste di moro”, vere ghiottonerie al cioccolato. Nei vasetti, poi, di vetro trasparente posti con ordine negli stipi, sorridono al tempo: cannellini bianchi appuntiti, topolini bicolore elak, moltiplicata granella e allegri diavolini per la guarnizione vivace di torte e struffoli di Natale. Alla parete e alla vista quasi sfugge, una pergamena della Camera del Commercio con su scritto “Medaglia d’oro, al merito, per aver mantenuto la tradizione artigianale”. La mansueta “Signora” raccolta nei gesti si schernisce, abbassa il capo e guarda le proprie mani, forti, lisce: sono quello, solo quelle, la sua unica e vera medaglia d’oro da vantare.‘ di Maria Serritiello

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Si gioca a Subbuteo per il ‘Primo Torneo San Matteo’.

subbuteo,torneo di subbuteo,tornei di subbuteo,salerno gioco del subbuteo,dopolavoro ferroviario via dalmazia salerno,old subbuteo club salerno,torneo san matteo salerno,iniziative san matteo salerno 2011Le emozionanti e appassionanti partite di Subbuteo protagoniste a Salerno grazie al ‘Primo Torneo San Matteo‘ organizzato all’Associazione Old Subbuteo Club Salerno, che si terrà ilsubbuteo,torneo di subbuteo,tornei di subbuteo,salerno gioco del subbuteo,dopolavoro ferroviario via dalmazia salerno,old subbuteo club salerno,torneo san matteo salerno,iniziative san matteo salerno 2011 25 settembre 2011 presso il Dopolavoro Ferroviario (sala SalonPark), in via Dalmazia, 14.
In occasione della festività del nostro Santo Patrono, l’Old Subbuteo Club Salerno ha organizzato il “I Torneo S. Matteo“, al quale prenderanno parte oltre 50 subbuteisti provenienti da tutta Italia.
Tale manifestazione, che prenderà il via alle ore 9.00 e che si protrarrà fino al pomeriggio, rappresenta l’occasione ideale per chi desideri riaffacciarsi dopo subbuteo,torneo di subbuteo,tornei di subbuteo,salerno gioco del subbuteo,dopolavoro ferroviario via dalmazia salerno,old subbuteo club salerno,torneo san matteo salerno,iniziative san matteo salerno 2011parecchi anni al gioco del Subbuteo e al movimento Old, con la voglia di rispolverare vecchie passioni e sensazioni.
L’appuntamento è fissato per domenica 25 settembre presso la sede del club, sita c/o il Dopolavoro Ferroviario (sala SalonPark) in via Dalmazia, 14. Vi aspettiamo!
L’Old Subbuteo Club Salerno si riunisce presso il Dopolavoro Ferroviario di Salerno (sala Saloon Park) tutti i venerdi (ore 21-23) e  sabato (ore 16-18).‘ (fonte: salernosubbuteo.altervista.org)
Per tutte le informazioni o per mettersi in contatto con l’Associazione Old Subbuteo Club Salerno, far riferimento al Sito Ufficiale, raggiungibile al seguente link: salernosubbuteo.altervista.org

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La spiaggia perduta

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Quando nel 1970 iniziarono i lavori per la costruzione dell’attuale porto commerciale, sfrattando le incantevoli spiagge esistenti, gran parte dei salernitani pensò di non avere più il mare.
Eppure, nella parte orientale, proseguendo oltre Piazza della Concordia, c’era già la “La Conchiglia”, la spiaggia libera del “Torrione”, la “Caravella” e sul posto, dal 1936 presente, il tradizionale quanto signorile “Lido” di Mercatello, ma non era la stessa cosa.
Si considerò, caricando la preoccupazione, che quella pur lunga striscia di spiaggia non avrebbe mai riunito tutti i bagnanti in cerca di nuovo spazio.
Mare aperto e inquieto, mare forse più vero, da quel giorno, senza più il sicuro budello dei lidi e il lungo braccio del porto a delimitare; costretti, per toccare l’acqua ad attraversare tutta la città, vestiti con la sobrietà del chi si reca in ufficio e con l’operatività della città mai distratta. Escluso dall’immediato contatto salato, il vecchio nucleo storico, si addormentò, smarrendo tra le sue pieghe, i corpi cotti dal sole, i richiami dalle voci cantilenanti, il profumo salmastro, covato nei vicoli ombrosi e l’umido attaccaticcio dei giorni di scirocco. Il mare, nella città percorsa a piedi, si allontanava emancipato, per stendersi libero, per non appartenerci più.
Ma quando i bagni si prendevano al “Porto”, ora sempre più propriamente detto “Via Ligea” dall’intrigo dei vicoli, affollato il via vai, festoso e colorato si faceva strada profumato all’olio di noce. L’unica via, passato il palazzo del Genio Civile, si riscaldava con la risacca marina ed il rumore degli zoccoli, di legno duro, strusciato a terra come le reti dei pescatori. Dalle finestre, erose lentamente dal sale, le case accostate alla roccia, respiravano spalancate, odorosa e salmastra, la brezza del mare, quel mare annusato forte tra i guizzi dei pesci pescati e mostrati, poi, nella palazzina bianca del mercato, elegante ancor oggi, rispetto alla disinvolta decadenza di tutto il resto. Con la velocità consentita dai fili, tesi e sollevati, il numero “2”, la popolare filovia, verde scuro, che collegava i punti estremi della città, passava libero, sfiatava i freni e distrattamente sganciava il trolley, senza che nessuno suonasse dietro spazientito.
Cento lire, il costo del biglietto per l’andata ed il ritorno, quanto il prezzo del gelato a limone, rinchiuso fresco nel carrettino giallo del gelataio ambulante e se la tentazione, a volte, portava a leccare il gusto ghiacciato, altro non restava che farsela a piedi.
Ma tant’è si era felici!
La camminata lenta, con gli amici, sempre tanti, rendeva possibile la discussione, il comune sentire mentre a lato e davanti a passi tamburellati scorrevano vivaci: il “1° Elisa”, “Il Principe di Napoli”, “Il Tritone”, “Il Santa Lucia”, “Il 2° Elisa”, “Il Lido” (già Risorgimento), “L’Arenella”, “Il Lido” (propriamente detto), “Il Savoia”, “Le Marinelle”, “L’Arcobaleno”, “Scoglio 24” e “Punta di Mare”.
Un patrimonio ambientale di spiagge, le più belle, curate con amore e tradizione da famiglie come Porpora, Nigro, Ventura, Pizzolorusso, Olivieri, tra le altre; una sensoriale ricchezza inutilmente persa da tutti noi!
E’ lì che, discosto, abitava il mare, senza mescolarsi alla discarica cittadina, lì la soffice sonorità, ripresa alla riva , dolcemente era spinta in mezzo al mare con le voci dei tranquilli bagnanti, ovattate e ascoltate come già in una conchiglia. Il tempo stemperato nell’acqua e impastato nella rena, entrava nella dimensione lenta dell’ozio, dove, assente la fatica, anche il treno, sollevato sul ponte della ferrovia, sfilava rallentato col suo carico affacciato ai finestrini e le mani movimentate dal saluto, appariva distante e sfumato nel vapore della calura. Laggiù per tutti, c’era l’invito dell’estate. E l’amore, quanti amori sulle spiagge ordinate, ammorbiditi sugli scogli ricoperti di alghe ricce, sfuggiti al controllo nelle veloci “scappavie”, noleggiate ad ora, rinfrescati nella grotta del “fico”, dove la sorgente ghiaccia calmava l’arsura del sole, il pizzicorio della salsedine e dove il bacio sapeva acquistare il sapore della leccornia.
“….ti voglio cullare, cullare, posandoti sull’onda del mare, del mare….” dai primi jukebox, Nico Fidenco a fare da colonna sonora, a sottolineare con note accattivanti, irripetibili momenti giovanili.
A volte la giornata a mare era più lunga delle solite ore “13” tutti a tavola ed ecco che ad una certa ora la via si affollava di commisti odori, sparsi da ruoti di alluminio lucido e protetti da fazzolettoni a quadri rossi e blu. Per la spensierata, giovane covata, mamme, nonne, zie sempre disponibili alla cucina sui carboni, portavano a mano golosità fatte di “pasta imbottita”, “melanzane alla parmigiana” , “zucchine alla scapece”, “peperoni ripieni” e l’immancabile “insalata di pomodori”, generosamente odorosa di basilico.
E allora non sarà un caso, se molti di quei giovani di “ieri” senza rassegnazione, ancora oggi vanno al “Porto” a prendersi il bagno, con lo sguardo lungo della memoria e l’affezione del cuore, vanno a ritrovare la spiaggia perduta, irrimediabilmente perduta, ormai, tra le scatole quadrate color ruggine degli utili containers ed il brillio zampillante della fontana, in verità la più bella, di quelle che prolificano in città.
Maria Serritiello

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Foto: Edoardo Colace

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Mario Plaitano, l’orologiaio di Piazza Portanova (a cura di Maria Serritiello)

mario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritielloOggi, per l’appuntamento GuestBook del Blog di Salerno, ho il piacere di ospitare la professoressa Maria Serritiello che ha raccolto l’invito di qualche settimana fa (e per questo la ringrazio) e poco più sotto ci racconterà una bella storia tutta salernitana che ha come protagonistamario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritiello,san pietro in vinculis salerno,maestro d’arte giovanni carpinelli,bar sette stelle salerno,palazzo del cetrangolo salerno,farmacia nappi salerno,la spiga di grano salerno,montefusco salerno,la gelateria buonocore salerno Mario Plaitano, il noto orologiaio di Piazza Portanova, per un ‘tuffo’ in quella Salerno che non c’è più ma che in tanti ancora ricordano e, nel caso della Professoressa Serritiello, raccontano.
La professoressa Serritiello, profondamente innamorata della sua città, attualmente in pensione, con un amore smisurato per la danza, la musica e le poesie (ha pubblicato sei raccolte, di cui una su Salerno, la sua città nativa dal titolo “Dalla finestra fiorita“), cura un suo blog personale ‘Il mio giornale‘, dove affronta argomenti di attualità, cultura e arte, mentre collabora con Lapilli.eu periodico culturale online. ‘Solo a metà‘ invece è l’altro blog dove Maria racconta la parte più intima dei suoi sentimenti.  Prima di lasciarvi alla lettura del Guest-post, ricordo a tutti coloro che vogliano cimentarsi con la realizzazione di un post che parli di Salerno e di salernitani, per poi vederlo pubblicato nella sezione GuestBook del Blog di Salerno, di mettersi in contatto al seguente indirizzo email: vsalernoblog@virgilio.it.

mario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritielloMario Plaitano, l’orologiaio di Piazza Portanova (di Maria Serritiello)
Spostare le lancette dell’orologio per ricordare come gli è nata la passione per questo oggetto, lui lo sa fare, è un orologiaio. Una professione trasmessagli nel sangue da suo nonno, che a Giffoni sei Casale, a suo tempo, fu il bravo ed unico orologiaio del paese, ma anche perché, fin da bambino, gli piaceva smontare e rimontare tutti gli orologi che gli capitavano tra le mani. Fu per caso che nel 1956 iniziò l’attività che, ancora oggi, espleta laddove l’ha iniziata e cioè al primo piano del vecchio palazzo di Piazza Portanova e dove si ricovera l’antica chiesa di San Pietro in Vinculis. Era il lontano 1951, quando il giovane Mario si trovò, per caso, a passare al n°1 di via Mercanti, presso il minuscolo negozio di suo zio che, da un bel po’di anni, si occupava di orologi come nella migliore tradizione di famiglia. Quel giorno, il giovanotto avrebbe dovuto intraprendere la carriera lavorativa presso gli uffici delle poste e dei telegrafi della città, un’occupazione che gli avrebbe assicurato una vita tranquilla per il futuro. Lo zio, però, in cerca di un erede, tentò di dissuaderlo, prospettandogli, se avesse continuato la sua la professione che, comunque, avrebbe dovuto lasciare, la possibilità di essere unico padrone nel suo negozio e non uno dei tanti dipendente in un ufficio. Fu così che il giovane smise di pensare al lavoro delle poste, senza che la rinunzia gli procurasse alcun trauma ed iniziò a formarsi seriamente, frequentando dal ’51 al ’56, un corso a pagamento di apprendistato e tirocinio con il maestro d’arte Giovanni Carpinelli, ricordato, dopo tanto trascorrere, non senza emozione e riconoscenza. Un tempo chi voleva apprendere un mestiere, dettato da sicura passione, si preparava con serietà, andava, come si soleva dire, “a bottega”, pagava ed era riconoscente a chi gli trasmetteva il sapere, sentimenti sconosciuti, ormai, ai più dei giovani. Il lavoro, non specificatamente intellettuale, non era considerato un’avventura selvaggia nel quale riuscire alla men peggio ma un patrimonio da acquisire, un importante punto fermo, oltre al servizio militare, nella formazione di ogni uomo. Così il giovane apprendista, durante il corso, assimilò con voracità e con l’attenzione necessaria, tutti i segreti dell’orologeria, dalla precisa nomenclatura dei pezzi, alla lingua francese usata dal cantone svizzero di Neuchatel, centro di fama mondiale per gli strumenti che scandiscono il tempo. Quando approdò, a fine corso, al primo piano del n°5 di piazza sedile di Portanova, Mario iniziò il lavoro fornendo pezzi di ricambio ed eseguendo piccole riparazioni sugli orologi a corda, quelli che s’accompagnavano al possessore per tutta la vita, tanto da essere tramandati da padre in figlio, quelli dalle sfere che giravano sui numeri romani e a dargli la corda era una rotellina stretta tra l’indice e il pollice. Vero oggetto di culto di grande significato affettivo ma anche di valore materiale, l’orologio, tanto che lo si poteva lasciare in pegno, in cambio di una somma di denaro. Al giovane orologiaio, in quegli anni, la riparazione interessava molto e si dedicava alla sistemazione di essi solo quando riusciva ad essere tranquillo ed in solitudine. I gesti precisi dell’oscultare e dello smontare la macchina sembravano, piuttosto, quelli di un medico e aiutato dal monocolo che ingrandisce di quattro volte i vari pezzi, Mario riusciva, con sua grande soddisfazione, a rilevare subito il difetto. Poi gli orologi non hanno avuto più bisogno delle sue cure e quelli esposti nel banco luccicante del suo negozio, appartengono alla generazione che al polso li cambia senza curarsi di preservarli o conservarli per tutta la vita. Nulla è più come prima, lo stesso Mario, oggi, è un distinto signore dai capelli grigi, sfumati di bianco e non più neri, con tanti ricordi nella mente che ci consegnano la stessa Piazza Portanova diversa da com’è, con figure ed esercizi scomparsi il “bar sette stelle”, “il palazzo del cetrangolo”, “la farmacia Nappi” dai vetri scuri, “la Spiga di grano”, “Montefusco” con la lana esposta nei sacchi dinanzi alla vetrina, “la gelateria Buonocore”, l’acquaiola “Margarita” e la “Singer” che organizzava corsi di taglio e cucito per le tante ragazze in cerca di autonomia, il femminismo dovrà ancora venire. Il tempo da Mario Plaitano ha un suono particolare, un ticchettio insistente che viene dagli innumerevoli orologi a pendolo e a cucù attaccati al muro e che nelle giornate uggiose Mario con dolcezza, spolvera e ricarica. La passione per questo oggetto, dopo tutto il tempo trascorso è intatta e lo spinge a trasmettere ai suoi nipotini, come già per i suoi figli, lo stesso attaccamento che lui ha provato, uno in particolare , il piccolo Mario, ma anche gli altri non sono da meno, che ogni sera, come chierichetto all’altare, segue suo nonno e l’aiuta a chiudere il negozio, gettando, prima, il paletto dietro al balcone e poi infilando le chiavi nella serratura, un rituale che preannunzia la continuazione e l’amore per il nobile oggetto del tempo.
Maria Serritiello

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Foto: Maria Serritiello

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‘A vampa ‘e Sant’Antuono

vampa.jpgFra le tradizioni salernitane più belle ed affascinanti, spicca senza alcun dubbio “‘A vampa ‘e Sant’Antuono” (Il falò di Sant’Antonio), ricorrenza che viene celebrata il 17 gennaio, giorno in cui, per l’appunto, si festeggia Sant’Antonio Abate ed iniziano ufficialemente i festeggiamenti per il Carnevale.
Una tradizione che mi suscita immediatamente emozioni e ricordi, riportandomi lontano nel passato, quando ancora bimbo assistevo al tradizionale spettacolo organizzato in tutti i quartieri della mia città.
Negli anni, come troppo spesso accade, le tradizioni scemano, fino quasi a scomparire e molte ricorrenze restano tali solo in funzione del ricordo che portiamo nel cuore e dei frammenti di immagini che ci accompagneranno per una vita intera.
Tale tradizione nasce dalla leggenda secondo la quale Sant’Antonio Abate si fosse recato negli inferi per rubare il fuoco al Diavolo, al fine di permettere agli uomini di riscaldarsi e farne buon uso, riuscendovi con l’utilizzo del suo bastone, incendiandolo sull’estremità superiore. Sulla base di questa credenza, tanti ragazzi di Salerno e della Campania, realizzavano un immenso falò, composto per lo più da fascine di legna chieste agli abitanti del quartiere in questo modo “Trikk’ trakk’ e trùon’, e ddamm’ ‘na lèuna p’ sand’Andùon’; si nn’ m’ la vò rà chi t’ pozza fà app’ccià” (botti e tuoni, dammi un ciocco per sant’Antuono; se me lo neghi, che tu possa bruciare). Il tutto si trasformava in una vera e propria sfida alla realizzazione del Falo’ più grande, di quello che durava di più, ed il tutto vedeva il coinvolgimento di tante persone, un momento di aggregazione e socializzazione unico nel suo genere.
Conseguenza dei tempi moderni, come accennavo poco sopra, è senza dubbio la perdita dell’interesse per questi eventi, interesse che prova a rinvigorire Salerno Solidale, che per il secondo anno consecutivo organizza la II edizione della “Vampa ‘e Sant’Antuono”.
L’appuntamento è per le ore 18.30 nello spiazzo antistante il Centro Sociale di Salerno (via G. Vestuti) per assistere allo spettacolo che, oltre all’accensione del falò, avrà come momento culmine l’esibizione del gruppo popolare “I Picarielli” che animeranno la festa con canti e balli popolari, in onore ed in rispetto della tradizione che da sempre anima questa splendida manifestazione.
Vi lascio alle previsioni del tempo di Fabrizio e vi auguro buon fine settimane salernitano, ricordandovi che convenzionalmente il periodo del carnevale ha inizio proprio dopo il giorno di Sant’Antonio.

Fab.jpgPrevisioni Meteo Salerno (venerdì 15 gennaio – sabato 16 gennaio – domenica 17 gennaio) a cura di Fabrizio Raffa:
“Il Weekend ci propone uno scenario barico interessantissimo e ancora tutto da valutare. In gioco ci sono due depressioni e due anticicloni: Da una parte abbiamo il possente vortice canadese, portatore di piogge intense e temperature più miti che spinge con forza da Ovest mentre ad Est invece abbiamo il gelo siberiano pronto a irrompere con forza alle nostre latitudini. Infine a Nord e a Sud abbiamo rispettivamente un’ alta pressione scandinava e un’alta pressione di matrice africana. L’ Italia, come spesso capita, è al centro di questo gioco di correnti. Chi vincerà lo scontro? Il gelo siberiano o il vortice canadese? Ne riparleremo. Intanto per il weekend prevediamo condizioni di tempo stabile con qualche innocua velatura de cielo ma senza fenomeni di rilievo. Solo per la giornata di Domenica si prevede un aumento della nuvolosità ma escludiamo qualsiasi tipo di precipitazione. Le temperature subiranno dapprima un leggero rialzo per poi calare di nuovo di 2-3 °C. Venti moderati tendenti al debole da NNE. Umidità su valori intorno all’ 80%”

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Foto: farm4.statick…

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