Il “Regina Margherita” e la sua storia. (di Maria Serritiello)

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La solida costruzione, rigorosa e a tre piani, si apre alla strada con un seguito di finestre, dalle quali intere generazioni, prevalentemente studentesse hanno sporto il capo in attesa del suono della campanella. Il palazzo, una scatola a forma di cubo, è posto al centro della città, nella spaziosa Piazza Malta ma è solo dal 1945, con l’inaugurazione del “47”, che conserva questa sede. La storia del “Regina Margherita”, che è, inevitabilmente, anche la storia del percorso compiuto dal nostro paese, contro l’analfabetismo e a favore dell’emancipazione culturale delle donne, prende l’inizio dal lontano 1861, quando furono istituite scuole magistrali femminili a Salerno, Campagna, Sala Consilina e Valle della Lucania. A funzionare, però, secondo la relazione di un ispettore del tempo, furono solo le scuole di Salerno e Vallo, per cui nel 1866 il consiglio provinciale scolastico chiese al Ministro della Pubblica Istruzione, l’istituzione di una scuola normale per cinquanta alunne nel capoluogo della provincia e nell’attesa del benestare, lo stesso consiglio approvò, l’anno dopo, la proposta. La scuola prese il via sotto la direzione del Prof-Av Vincenzo Capone, col nome di “Rebecca Guarna”, celebre dottore della scuola medica salernitana, vissuta nel XVI secolo, famosa per i trattati “De Febris” e “De Urinis et Embrione”. La prima sede, con 45 alunne, fu sistemata in via Tasso, nel palazzo nobiliare dei marchesi Ruggi d’Aragone, progettato dall’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice e là rimase fino al 1919, per cedere il posto all’istituto tecnico. Nel 1869, poi, fu istituito, annesso alla scuola e a spese della provincia, un convitto femminile, per il continuo aumentare delle allieve e conseguente pendolarismo da tutta la provincia, ma non fu l’unica novità. Due anni dopo, infatti, fu creato il primo giardino d’infanzia, col nome “Francesco Lucrezi”, in ricordo del figlio scomparso, a solo sei anni, dell’illustre Professore Bruno Lucrezi, un utile laboratorio didattico dove le future insegnanti avrebbero sperimentato le metodologie educative apprese negli studi. Si dovrà attendere il 1873 perché l’istituto, caratterizzato dalla esclusiva presenza femminile, abbia una sezione maschile e solamente il 1917 per una scuola mista, fortemente osteggiata. La continua crescita degli allievi (giunta nel 1939 alla cifra di 1600 unità) impose il trasferimento, prima, nei locali della vecchia sede dei mulini Scaramella, poi nel palazzo “Pizzuti” di via Mercanti e successivamente si rese necessario anche l’utilizzo di diverse succursali, tra cui quella locata nel palazzo Tortorella, in via De Martino (per anni sede della scuola media De Filippis). E’ di questo periodo anche il cambio in “Regina Margherita” la denominazione dell’intestazione che tuttora conserva. Tanti sono gli anni trascorsi da quel lontanissimo atto di nascita dell’istituto ma tutti sono stati impiegati a trasformare in energia positiva, sopratutto, quel femminile intelletto, altrimenti voluto acquiescente ed inespresso da un sociale che non distribuiva a tutti uguali opportunità, fin quasi ai nostri giorni. E così siamo agli inizi degli anni ’60, le conquiste sociali dovranno ancora venire, le studentesse si mostrano infagottate e per niente eleganti nei severi grembiuli neri, indossati su calzettoni alti fin sotto il ginocchio e scarpe prive di tacco. Quanta poca fatica avranno impiegato, con sì fatte allieve, i professori: Marino Serini, dantista d’eccezione, Antonio Mazzone, la favola divertente del latino, Rosa Santarsiero, la filosofia sgranata come un rosario, Clementina Verasani, un soprano prestato alla matematica e tanti altri di cui sfugge il nome. Ed è stata, proprio, l’inarrestabile nostalgia di quegli anni a spingere le ex allieve di questo istituto, “IV H”, anno “1963”, dopo 43 anni, in una calda serata di ottobre, di qualche anno fa ad incontrarsi (tra cui chi scrive), per guardare in faccia il trascorrere del tempo e a ritroso il percorso professionale, per altro tutto speso nella scuola, compiuto da ognuna. Il “Regina Margherita”, come una paffuta matrioska, dove, un tempo, girandovi semplicemente intorno si ultimavano, dall’Asilo all’Università, tutti i gradi dell’istruzione, ora si nomina Liceo Statale ad Indirizzo Linguistico, Tecnologico e Pedagogico, in ossequio ai tempi moderni. Il vecchio istituto ha cambiato il corso degli studi, la durata degli anni e a dirigerlo sono stati in tanti, tra cui il professore Michele Di Filippo, preside di formazione pedagogica oltre che manageriale. Con lui la Scuola nel 2008 ha celebrato i 60 anni di essere locata in Piazza Malta, con un articolato progetto, sfociato in una settimana di Seminari, Laboratori, Spettacoli, Personale del pittore Paolo Signorino, un ex discepolo della scuola, Mostra degli storici oggetti dell’istituto, curata dall’ex allieva Prof.ssa Maria Serritiello e una Retrospettiva, un excursus su quanto abbia inciso, il Regina Margherita, sulla formazione giovanile di intere masse salernitane. Instancabile il vecchio istituto sprona e stimola, oggi come ieri, gli allievi al lavoro e a livelli sempre più alti di specializzazione. “Sei mia scuola preziosa palestra/ove l’alma si educa e rischiara/d’ogni bene tu sei la maestra/…”, così il buon Prof .re Sasso, autore della musica, faceva salmodiare tutti, ma proprio tutti gli allevi, questo canto roboante a metà tra la marcetta e lo spot di propaganda, per esaltare il prodotto-scuola. “Salve mia scuola/” continuava il ritornello “la tua parola/ dà forza e vita/e al bene invita/qualunque male/ fugar sai tu/sei il presidio/sei il presidio/d’ogni virtù” . Oh mio Dio, la scuola “Presidio”, eppure! Così tanti gli allievi, usciti dall’annoso Istituto, che sono ben riusciti e dunque maestri di eccezionale sensibilità pedagogica, dirigenti scolastici, ispettori, professori universitari, assessori, vice sindaco, artisti, poeti e pittori di larga fama, funzionari, collaboratori a vari livelli, impiegati laboriosi e in aggiunta, all’interno della famiglia, bravi educatori dei propri figli. Un patrimonio culturale sparso per la città che ha camminato di pari passi con la crescita di Salerno, fino a ieri una città di provincia, ma che oggi aspira ad altro. Attualmente l’istituto, è diretto dalla Prof.ssa Virginia Loddo, la cui dirigenza è segno di distinzione in più in una scuola tradizionalmente di formazione. Sui muri esterni, della vecchia scuola magistrale, ritinti ogni volta, vergati si leggono i desideri, i sentimenti e le emozioni di una gioventù in formazione, graffiti colorati in nero, in rosso e qualche volta in azzurro, così estremi, così esaltati, così naturalmente giovanili ma non diversi né discordanti da quelli delle passate generazioni, che segno dei tempi, li portava incisi, solamente, nel chiuso del proprio cuore.
 
Dedicato ai miei Professori: Marino Serini, Antonio Mazzone, Rosa Santarsiero, sapienti e maestri di vita e ai miei compagni di classe, IV H -1963.
Maria Serritiello

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Foto: maps.google.it

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“Gli Astrali. La musica dagli anni ’60 a Salerno” di Maria Serritiello

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Gli anni, ormai, della loro carriera insieme, sono tanti e baldanzosi gli Astrali si avviano, fra quattro anni, a celebrare, sia pure con qualche serata e con la formazione ridotta, i 50 anni di professione. Detto così fa un certo effetto ma vederli ogni tanto, quando riescono ad incontrarsi per combinare qualche serata, si cambia opinione. Sono inossidabili, come i Pooh e come una certa generazione che non si arrende e resta giovane dentro e a dispetto del tempo, per i più, anche fuori, con l’aspetto stigmatizzato nell’eterna giovinezza. Così ricordare gli Astrali, è come ripercorrere all’indietro un pezzo di storia della città, tanto hanno segnato con la loro melodia ogni momento passato di intere generazioni.
Ed erano proprio gli anni ’60, quelli favolosi, anni in cui la guerra dei padri era del tutto archiviata, in cui l’Italia si andava industrializzando ed il boom era dietro le porte, insieme alle ventate buone del ’68, quando alcuni ragazzi, con la musica come unica passione, diedero vita ad uno dei più prestigiosi complessi musicali, con un nome che, già nel suono, si proiettava verso le alte mete degli astri ed astrali, davvero, furono per tutti perché il cielo si toccava con mano, quando le loro note si elevavano dai vari strumenti. Si erano incontrati per caso, come succedeva un tempo, rincorrendo e calciando un pallone ed era stato facile fare amicizia, manifestare le proprie preferenze, confessare i sogni nascosti. Alla chetichella per non farsi scorgere dai genitori, che ritenevano quello svago una perdita di tempo, anzi ore sottratte allo studio, ognuno di loro strimpellava uno strumento preferito e, una volta incontratisi, fu naturale pensare alla formazione di un complesso. Erano gli anni in cui anche la musica seguiva la voglia dei giovani di riunirsi, di fare esperienza nel gruppo e in gruppo di indirizzare la propria vita nel sociale, di considerare la casa solo un ricovero e i genitori che l’abitavano dei “matusa”. Ma gli “Astrali” erano innanzitutto dei bravi ragazzi, rispettosi della volontà delle famiglie, che era in quei tempi non mediatici, il desiderio legittimo di assicurarsi prima un pezzo di carta per l’avvenire e poi la passione per la musica e così lo studio non fu trascurato, tanto che tutti riuscirono in seguito a laurearsi e ad essere affermati professionisti. Non furono, però, solo i genitori ad ostacolare il volo oltre la città natia, che per la bravura poteva essere possibile ma fu anche e soprattutto la trascuratezza di ognuno verso quel successo che nulla avrebbe aggiunto a quanto già avevano. Ed eccoli oggi, come un tempo, ad essere divisi in due, di giorno impegnati seriamente nel lavoro ma la sera tutti dedicati alla passione musicale e anche se il tempo è passato, ognuno di loro per proprio conto continua a fare serate, a rallegrare, suonando, quanti non si sono stancati di ascoltare la loro musica. Vecchie e nuove armonie perfette si amplificano dai loro strumenti, trascinandosi dietro inevitabili ricordi, quelli di quando tutti insieme in pedana davano il meglio al nome di Germano Cosenza (basso e canto), Michele Avagliano (chitarra), Cosimo Palumbo (piano) Michele Mattei (batteria e canto), Guido Cataldo (sassofono) ed in seconda formazione Bartolino Cataldo al piano e Gennaro Carbone alla chitarra e ancora quando nel’68, ma già sono in testa alle preferenze dei giovani di Salerno, arriva a dare più successo al complesso la voce di Nello Buongiorno, il barbuto musicista, più volte apparso in tv, quale ospite, tra i più graditi, di Mara Venier e sarà in seguito anche l’unico del complesso a spiccare il volo. Spaccati di memorie si sommano e “Gli Astrali” appaiono i giovincelli sbarbati, dai capelli appena allungati, come vuole la moda dei capelloni, con jeans e stivaletti tralasciati in favore di completi scuri, doppio petto e cravatta, rigorosamente indossati ancor oggi, che rimandavano un’immagine da seri orchestrali e adatta ai night della costiera. Già, la divina costiera di quegli anni, frequentata bene dai personaggi che allora contavano, sia nella politica che nello spettacolo o solo intellettuali, imprenditori e ricchi che si ritrovavano là come in un’ apartheid privilegiata e che rispondevano al nome di Kennedy, Nureyev, Eduardo, Zeffirelli, Gore Vidal, Mastroianni, la Loren, De Sica, Loy, tanto per citarne alcuni e dove i ragazzi perbene chiamati “Astrali” potevano figurare e accontentare i loro gusti musicali. Il repertorio messo appunto, infatti, spaziava dai brani sussurrati ed uno in particolare Fenesta Vasce riscoperto e portato al successo, ai ritmi più sfrenati. In quegli anni gli Astrali, con insolita bravura, arrangiavano con la loro sensibilità di artisti, la musica dei più grandi complessi: Beatles e Rolling Stones, non escludendo quella ritmata, vertiginosa e nera di Wilson Pickett, James Brown, Joe Tex, Otis Redding e così Marco Lenza con la chitarra si proiettava in svisate magiche alla Jimi Hendrix, mentre i fiati, la tromba di Pasqualino Moretti, il trombone di Giuseppe Carabella e i sassofoni di Guido Cataldo e di Vincenzo Senatore scuotevano ogni parte del corpo con vibrazioni mai più provate, in seguito, così intense. La musica di allora, più che adesso, raccoglieva tutte le istanze giovanili e serviva a ribellarsi, ad affermarsi, ad amoreggiare, ad essere, infine, se stessi e le note degli “Astrali” hanno alla meglio traghettato i giovani all’età matura. Ora ricordiamo con tenerezza le pomeridiane danzanti ma quanta fatica per arrivarci, per esserci dalle 18 alle 21 e ritornare a casa in tempo utile per la cena di mamma e papà. Con gli Astrali vengono in mente tante abitudini, perse ormai in quarant’anni, ma ancora vive nella memoria di tanti, per averle vissute con l’intensità giusta e l’entusiasmo dovuto. Una fra tutte, il MKP 100, ovvero cento giorni che precedevano gli esami di stato, la festa più desiderata dagli studenti che, almeno per un giorno, allentava la spirale della tensione, dimenticava le formule matematiche, tralasciava i ragionamenti filosofici e non avviava la svogliata traduzione dei classici greci e latini. Non si proclamava festa studentesca se a suonare non era la band degli “Astrali” e loro sulle note lente di “Tre settimane da raccontare” alla Fred Buongusto o di “E la chiamano estate”, alla Bruno Martino o ancor di più sulle note martellate, portate al successo dai complessi beat dei Primitives, Corvi, Rokes, Ribelli, Fuggiaschi e Nomadi, ma dai nostri Astrali arrangiate in modo personale, hanno dato svago, spensieratezza e avviato l’inizio di tanti ma proprio tanti amori. Perciò, per aver scritto con tanta bravura e semplicità la colonna sonora dei nostri anni giovanili che, fuori retorica, resteranno sempre i più belli, siamo grati a questi ragazzi.
La musica, in quegli anni dagli “Astrali” veniva diffusa da tutti i locali della città: Copacabana, Stiva, Capannina e da quelli delle due coste, Hotel Luna di Amalfi, La Fregata di Postano, Il Lanternone di Palinuro, la Taverna dei Monaci di Agropoli e per la loro bravura erano chiamati ad essere complesso d’appoggio ad artisti prestigiosi quali Peppino di Capri, Fred Buongusto, Patty Pravo, Lelio Luttazzi, Ricchi e Poveri, Giganti e tanti altri.
Mi sia consentito l’amarcord personale per i fratelli Cataldo. Il primo: “Bartolino”, impeccabile nel suonare il piano, mio compagno di banco nell’ultimo anno di scuola superiore, ora affermato giornalista oltre oceano, rivisto una sola volta e per caso, in tutti questi anni trascorsi. Il secondo “Guido” l’ottimo collega di classe e di viaggio nel raggiungere quotidianamente la sede scolastica di Oliveto Citra. Io e Guido, insieme, su di un testo “O cunte e Cicerenella” scritto dal padre e da lui musicato, a fine anno, riuscimmo a far recitare e cantare tutti gli alunni della scuola. Peccato non ci sia traccia visiva di questa performance, siamo negli anni ’80 e ancora non era scoppiata la mania del telefonino fotografo, ma nella mente, nel mentre scrivo, sono là, nel cortile assolato della scuola, con accanto il Maestro Cataldo che mi accompagna con la sua chitarra, e canto felice, si perché la musica mi rende felice, con tutti i nostri alunni.
Con la musica” dice Germano Cosenza (basso e canto) “ho avuto tutto quello che un giovane di allora non poteva permettersi e pure se la fatica era tanta, (si suonava senza intervallo dalle 22 alle 3), non l’ho mai sentita, anche per la giovialità che circolava tra noi”. “La musica fa parte della mia vita”continua “come un braccio , una gamba, le mie figlie, la vivo e l’ascolto senza tregua. Certo il repertorio che preferisco ricalca quello degli anni ’70, le mie giornate sono imperniate di rhythm and blues, di pezzi orchestrali ma anche, per curiosità, di tanto Eminem, Jovanotti o dj Francesco”. Non si penserebbe mai, per averlo fissato nella mente con in spalla la tracolla del basso, che Germano Cosenza nasce musicalmente suonando la fisarmonica, lo strumento che allora appassionava per la sua possibilità di essere tastato ovunque e anche perché, dalle prime televisioni accese, un maestro come Gorni Kramer, con una buffa intensità facciale ci rimandava una passione da imitare.
Oggi gli “Astrali” non suonano più insieme, l’hanno fatto, per una volta qualche anno fa e con una formazione ridotta, anche perché qualcuno non c’è più, alla Rassegna Estiva del Teatro dei Barbuti, un dono pregiato per gli ex giovani che, tutti ma proprio tutti, si sono ritrovati là a guardare, nel tempo della musica, quello trascorso per ognuno. Voce spiegata a cantare sulle note uscite dal sassofono di Guido Cataldo, il “Maestro” e pensieri fluttuanti sostenuti dalla melodia dolce o ritmata di tutti gli altri, che il pubblico non si è più trattenuto e ha “fatto orchestra” con loro. Tutti i presenti, se pure per una volta, mentre la musica innalza note al cielo stellato dei Barbuti, hanno avuto la gioia di ritrovare le atmosfere giovanili, i sapori genuini, le tradizioni incontaminate e l’ingenuità di una generazione che mentre loro cantavano è andata sulla luna!
Maria Serritiello

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Foto: Maria Serritiello

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Lina Olivieri, la “Signora” del mare di Salerno (di Maria Serritiello)

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Era lei a dare il via ad ogni estate, col rito d’inizio uguale e fissato inequivocabilmente al 15 giugno, lei che con garbo istintivo e sana energia aveva saputo conservare, nel suo lido, le buone regole dell’educazione, così lontane da ogni dove. Eppure non era portata per la conduzione dello stabilimento che con successo al “porto” le sorelle Anna Maria e Dora portavano avanti da tempo, anzi ne aveva un rifiuto netto, anche perché la sua vita girava altrove e in tutt’altra direzione. Fu solo nel 1970 che rispose con una sorta di “obbedisco” iniziale al richiamo familiare, ma che in seguito si tramutò in orgoglioso e puntiglioso impegno. E comincia bene la giovane “Lina”, nella sua conduzione, infatti, si confermano vecchie regole e se ne affermano di nuove che daranno buon nome, al “Lido”, l’unico, in questa zona, assieme al vicino Miramare, attualmente ristrutturato elegante, ad avere tradizione alle spalle e a sollevarsi in tanta spiaggia libera, affollata e consueta in quegli anni. Così per essere sicura che nelle sue larghe e spaziose cabine non vi fossero più persone di quante dichiarate, non esitava a contare le paia di scarpe, otto, dovevano essere per l’esattezza e se nella conta risultavano in più, prontamente venivano caricate su di una carriola e portate via. Certo un metodo impopolare ma necessario per mantenere il controllo sui presenti. Sabbia sottile e dorata per 350 metri di spiaggia e panorama non ancora del tutto affossato dalle brutte costruzioni intorno, il “Lido” offriva ai bagnanti, un clima da vero soggiorno balneare, da vivere per l’intera giornata a due passi dalla comodità della propria casa, invidiato da chi già cominciava a comprare nella Calabria selvaggia, per via del mare poco pulito. Siamo nel ’73 ed ecco apparire al “Lido” la piscina, una costruzione impensabile per vecchi salernitani che col mare hanno avuto da sempre un rapporto carnale, ma necessaria per sopportare la decadenza del nobile specchio d’acqua e la trascuratezza dei governanti. Così la moderna struttura la si colloca in disparte, in un ristretto recinto di 42 cabine ma accanto ai due quadrati di destra e sinistra, su di un benevolo trono dal quale vigila il piccolo quartiere, divenuto ormai un parentado, tant’é la familiarità con la quale i clienti si ritrovavano ogni anno. Tutte le mattine d’estate Lei era là, disegnata da sobri vestiti, ornata da spille e collane, una più bella dell’altra e mai in eccesso, col sorriso dell’accoglienza stampato sul viso e con l’occhio attento, vigile a chi entrava. Un feudo il “Lido” e come tale aveva una sua struttura che lo connotava e lo distingueva allora. Doveva essere bello un tempo arrivarci e ben lo comprese Attilio Olivieri, padre, spostandosi dal porto in questo luogo, spinti dal profumo immenso, inebriante degli aranceti e dei mandarineti, giunto fino al mare per congiungersi indissolubile all’invasiva e attaccaticcia salsedine, nei giorni di bonaccia. Un profumo ormai perso nella zona ma che i nostalgici ancora trovano, nella fioritura di maggio, rincantucciato nei pochi alberi sfuggiti al macete del “Parco del Mercatello” Sì, doveva essere proprio bello prendere i bagni nel mare discosto di una città che estendeva la sua tranquilla lunghezza da Piazza ferrovia al Teatro Verdi. Arrivare fin qui per i salernitani di allora era come fare un viaggio, così la filovia che sferragliava tra il verde disteso degli ombrosi giardini e l’azzurro inquieto del mare aveva un confine naturale nella ristretta piazza tenuta a cerchio da palazzotti a due piani che non occupavano la vista come adesso ma nei quali ferveva e l’attività commerciale di don Nicola, il salumiere, che tra una “spicciata” e l’altra si godeva il fresco dell’estate sotto il pergolato, cresciuto ombroso dinanzi al comodo esercizio e il fervore industriale della fabbrica. Oggi non si crederebbe ma in una delle due case che ancora conservano la bassa struttura del tempo, sforzandosi di distinguersi dalla cementificazione selvaggia e irriverente dell’habitat, vi era una fabbrica di caramelle, gli “champagnini”, una golosità di cui con rammarico non si ha più la memoria del loro sapore. Vecchio Lido, con i ricordi di guerra sul groppone, gli inglesi lo requisirono per stanziarvi il proprio esercito e lo lasciarono a malincuore solo nel ’46 e ancora fu, il vecchio Lido, a far da mensa agli allievi ufficiali che ebbero il privilegio di gustare gli inimitabili piatti di un cuoco d’eccezione “Carminuccio” della “Rosetta”, per anni storico ristorante della città che ancora si rimpiange, tanto da far intendere ormai la sua rinomata cucina, come sinonimo del mangiare gustoso e raffinato. Vecchio Lido con la buona società imprenditoriale e non del tempo che rispondeva al nome degli Scaramella i D’Amico, i Moscato, i Morese, i De Roberto i Quagliariello e ai tanti altri che nell’ambiente appartato trovavano il riposo ma anche il benessere del mare. Solo più tardi ci fu il ricambio ed ad invaderlo, furono gli intellettuali e la fascia della borghesia. Il tempo al Lido scorreva uguale e se qualche impercettibile cambiamento avveniva era cosa lieve tanto da non essere rilevato, così, la signora Lina e la sorella Anna Maria, malgrado il passar degli anni, erano sempre le stesse ed anche i loro i bagnanti, fissati come in un’elegante immagine di “belle epoque”. Ogni tanto, però, a dispetto dell’immortalità della signorile stazione balneare, qualcuno se ne andava per sempre ed era da tutti accusata la mancanza, perché il Lido era appartenenza e per esserci da così tanto tempo è stata la storia di tutti noi, una storia che è durata per gli Olivieri dal 1936, così come è scritto sul cuneo d’ingresso. L’aristocrazia del mare, senza esagerare e senza piaggeria la si trovava solo qui grazie all’icona “Lina Olivieri” che seppe con garbo naturale trasfondere il suo stile elegante di vita in questa sua creatura marina, alla quale è restata attaccata come ad un giovane amore. Ora Lina Olivieri, giustamente si è ritirata per beneficiare della meritata pensione, ha qualche ruga di troppo e ci sorprende per questo, perché le sirene del mare non hanno età e Lei è stata, per l’appunto, la sirena che per oltre 60 anni con il mito del Lido ebbe a custodire e a governare il lento trascorrere sotto il sole delle ore spensierate dell’estate.
Maria Serritiello

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Foto: Prof. Web

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“Piazza San Francesco è diventata per tutti Piazza Varsavia” di Maria Serritiello

piazza san francesco salerno,piazza varsavia salerno,mercato via piave salerno,parco del mercatello salerno,maria serritiello salerno(Dedicato a Tania)… Chissà perché piace tanto, Piazza San Francesco, alle donne dell’est, non è spaziosa come Piazza della Concordia, non è verde quanto la Villa Comunale, non è panoramica come il Lungomare, non è centrale come Piazza Portanova e non è nuova come il Parco Mercatello. Eppure sono tutte là a popolare il piccolo quadrato verde del noto rione di Via Carmine. Prima di essere espugnato dalle “Natashe”, lepiazza san francesco salerno,piazza varsavia salerno,mercato via piave salerno,parco del mercatello salerno,maria serritiello salernoLude”, le “Tanie” le “Alessie” e le “Lilie”, Piazza San Francesco, al mattino, era l’assoluto terreno degli studenti del liceo “Tasso” e nel pomeriggio il comodo parcheggio dei pensionati. Ora si sa, gli anziani ci vanno lo stesso, ma lo svago è un po’ cambiato e si manifesta senz’altro più attraente della solita partita a carte.
Non si conosce chi per prima abbia iniziato a sostarci, fatto sta, che la piazza dedicata al poverello di Assisi è divenuta il punto d’incontro delle tante donne venute da lontano, per stare vicine ai nostri vecchi, che qui, più che altrove, socializzano facilmente con le loro conterranee e in questo piazza san francesco salerno,piazza varsavia salerno,mercato via piave salerno,parco del mercatello salerno,maria serritiello salernoluogo trovano più prontamente il lavoro da rimpiazzare, una volta perso.
Perché in questo posto e non altrove la ragione è forse da ricercare nella vicinanza della piazzetta con il mercato di via Piave, detto una volta “Shanghai” per via della sua confusione, tanto simile ai mercati sovraffollati dell’oriente. E’ consueto, allora, vederle sostare tra le bancarelle con a disposizione le poche parole assimilate, scartare, scegliere e contrattare ilpiazza san francesco salerno,piazza varsavia salerno,mercato via piave salerno,parco del mercatello salerno,maria serritiello salerno prezzo. Siano esse ucraine, bulgare, polacche o russe sono quasi tutte uguali, alte, massicce, pelle chiara, ma proprio chiara come il latte, con biondi capelli, un colore che ricorda la paglia e occhi azzurri ma lo sguardo che rimandano è più simile al colore del ghiaccio. Per noi, ormai, i loro singoli nomi non contano più, ne hanno uno che corre sulla bocca di tutti “La badante”, un modo sbrigativo e disinvolto per distinguerle, per non darle altra connotazione che non sia di richiamo al servizio che svolgono. Sono tante, chi le conta più, risucchiate e nascoste come sono dalla città, un vero esercito che invece si riversa per le strade, nelle apparizioni di mattina al mercato, tutti i giovedì pomeriggio e l’intera giornata della domenica. Una risorsa umana, una forza risolutiva presente sul mercato del lavoro, di cui la società del benessere non sa fare più a meno, giunta a noi, appena sono state piazza san francesco salerno,piazza varsavia salerno,mercato via piave salerno,parco del mercatello salerno,maria serritiello salernoabbattute quelle barriere che facevano da recinto ai paesi oltre cortina. Non più gli uomini a valicare le colonne d’Ercole in cerca di lavoro ma loro, le solide donne dell’est che disinvoltamente hanno variato le regole dell’emigrazione.
Quando gli emigranti erano i nostri uomini, di storie tristi sulla loro lontananza che durava sempre troppo, sulla difficile integrazione con gentepiazza san francesco salerno,piazza varsavia salerno,mercato via piave salerno,parco del mercatello salerno,maria serritiello salerno che aveva altra lingua, altre abitudini, altre tradizioni e sull’affettività che aveva lasciato qua mogli, figli, madri, insomma tutto un mondo d’amore, se ne raccontavano in abbondanza, ora le stesse storie sono le vicende di queste donne, nelle quali, se si è attenti, si scopre la stessa struggente malinconia per la propria terra che già ci è appartenuta. Il periodo di adattamento è quello peggiore, poi, per le badanti le cose vanno meglio e appena arrivano i primi sodi da spedire alle famiglie lontane c’è una qualche traccia di felicità sui loro volti, anche se per il lavoro che svolgono c’è poco da stare allegre.
piazza san francesco salerno,piazza varsavia salerno,mercato via piave salerno,parco del mercatello salerno,maria serritiello salernoUn’invenzione di quest’epoca frenetica e produttiva, il lavoro delle badanti, nata per assistere i vecchi, non tutti ammalati, ma abbastanza longevi per non essere più autonomi. In una sua poesia, Raul Foleraux scrive che i poveri non sono più quelli che si vedono agli angoli delle strade chiedere l’elemosina ma sono quelli che tossiscono vecchi e soli nelle case abbandonate e dove il calore familiare non è più manifesto. Un tempo, invece, intorno al letto dell’ammalato anziano si raccoglieva l’intera famiglia,piazza san francesco salerno,piazza varsavia salerno,mercato via piave salerno,parco del mercatello salerno,maria serritiello salerno i consanguinei non propriamente stretti, il vasto vicinato e gli amici tutti; il letto stesso diventava il fulcro intorno al quale ruotavano e continuavano le attività, sì che l’anziano non si sentiva ormai escluso dalla vita produttiva e continuava ad avere il ruolo di guida. Le persone di una certa età, appena mezzo secolo fa, non vivevano da soli, non avevano conversazioni incomprensibili con lingue dai suoni duri, né mangiavano cibi cotti, lontani dalla propria tradizione alimentare; gli anziani di un tempo, avevano le case affollate e intorno alla loro malattia si viveva tutti uniti. Le badanti questo lo sanno perché quotidianamente vivono, in case svuotate, la solitudine propria e quella dei vecchi assistiti. Ecco perché Piazza San Francesco, per le insostituibili donne dell’est, è il vecchio vicinato di un tempo, quel nucleo che veniva in soccorso, scambiava le esperienze, acquisiva le conoscenze, le rimandava in ognuno e sosteneva tutti. Solo là esse trovano sicurezza, Piazza San Francesco, come il piccolo cerchio che si chiude protettivo loro intorno, una piccola “Piazza Rossa” che pullula, si anima e ne vede delle belle!
Maria Serritiello (Dedicato a Tania)

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“La notte allungata di Largo Campo” di Maria Serritiello

largo campo salerno,la movida a salerno,vita notturna a salerno,alda merini,i poeti lavornao di notte,largo sedile del campo,palazzo genovese salerno,tommaso guardati,masuccio salernitanoA ‘Largo Campo‘, durante il fine settimana e più che in ogni altro luogo della città, la notte resiste a lungo, complici i giovani e prima di essi la rinnovata vita del centro storico cittadino. Il movimento o più precisamente “La Movida”, il termine spagnoleggiante che ha reso esotico l’affollamento di questa parte della città, comincia a manifestarsi già dalla sera del giovedì. Un andirivieni convulso, simile allo svolazzo di api ronzanti in cerca di nettare, prepara quello che sarà, di lì a poco e nei tre giorni successivi, il ricercato salotto per migliaia di giovani che accorrono da tutta la provincia, dal vicino capoluogo e zone limitrofe della regione. Un rito dal forte richiamo, da consumarsi nelle ore della notte e farle passare come ore del giorno; una notte non giovane, fonda, che deve avvolgere fitta ogni angolo, ogni vicolo, ogni palazzo ed ogni pensiero della mente, dalla mezzanotte in poi, fino a quando le prime luci dell’alba non abbiano dichiarato sconfitte le tenebre. Un mondo alla rovescia, quello dei giovani, che preferisce, per la comunicazione di sé, avvilupparsi nell’oscurità, nell’indistinto, piuttosto che godere della piena luce del giorno, dei colori variati del mare e dell’inizio della costiera, sinuoso e seducente; un mondo che ha stravolto il ciclo del sonno-sveglia, mutuandolo dal cambiamento della società nelle grandi metropoli. Già, perché nei grandi agglomerati urbani, il ritmo non si allenta mai e tutto resta funzionante, negozi, servizi, lavoro senza limiti di orario e al sonno non resta che ruotare mestamente, privo com’è di un proprio spazio riservato. Nel 1988, la poetessa Alda Merini, scriveva “I poeti lavorano di notte/quando il tempo non urge su di loro.” ma è bastato arrivare al 2005, non sono, poi, tanto, 17 anni, che la notte come spazio sottratto ai ritmi forsennati della giornata, dedicato ai sogni e al riposo, sembra davvero solo un’immagine poetica. “Le ore piccole” sono cresciute e seguono a specchio il giorno che urge ed impone stili di vita uguali nell’arco delle 24 ore. Nessuna meraviglia, dunque, se una marea di giovani affolla Largo Sedile del Campo e non per mantenere alto il loro ciclo produttivo ma solo per incontrarsi, divertirsi, essere visibili, stiparsi l’uno contro l’altro, tra chiacchiere frammentate di un discorso iniziato da chi è loro stretto vicino e sostare per ore in piedi, in una gara di resistenza, consumando bevande tenute in modo informale in una mano e ingurgitate senza troppi scrupoli di buone maniere, direttamente dalla bottiglia. Ma tant’è si è giovani! Chissà quali pensieri, allora, sfiorano il “vecchio slargo”, quando l’invasione giovanile raggiunge la massima condensazione. Eh si che ne ha visti di cambiamenti d’uso dalla sua nascita in poi, il magico posto, ma forse è proprio perché oggi trattiene tanti giovani nel suo limitato cerchio, che esercita l’uso migliore, tant’è vero che ciò l’ha spinto anche a migliorare il suo aspetto un po’ decadente, ad aprire nuove botteghe e a fare in modo che la sosta sia piacevole e confortevole. Quando l’assalto è completo è un vero peccato non poter distinguere la bella fontana dei delfini, la cui presenza risale con certezza al 1692 e quasi avesse previsto la giovanile intrusione, se ne sta distaccata in un angolo della piazza, zampillando con discrezione acqua che è servita a dissetare i salernitani per un lungo numero di anni nel passato, né poter scorgere l’imponenza nobiliare del palazzo “Genovese” che troneggia alto sul brusio spensierato della sera. In fondo, se si vuole, questo spazio non si è allontanato troppo dalla sua primaria funzione e con il nuovo uso si coniuga alla perfezione, infatti il “campus grani” del vecchio tempo non era altro che un luogo libero d’incontro, di discussione e di commercio, rafforzato dalla vicinanza del mare e il seggio sedile, altro non era che una singola circoscrizione in rappresentanza della regia corte. A ricordarcelo, oltre i molti documenti del XIII e del XIV secolo, è una citazione nella XII novella dell’illustre figlio di Salerno: Tommaso Guardati, più noto con il nome di Masuccio Salernitano. E’ fuor di dubbio che la vista si appaga nel vedere proprio qui, nel vecchio campo mercatale, tanta bella gioventù, son proprio tutti belli i giovani dell’attuale generazione, un vero miracolo per quella passata che ha dovuto combattere, tra l’altro, la bruttezza di un’età che quando vuole sa essere proprio ingrata. Saranno stati i vestiti non firmati, quelli passati dall’uno all’altro figlio, ricavati e rivoltati da qualche capo buono o sbucati smessi dai generosi pacchi spediti dall’America e adattati diversi dalle laboriose mani delle donne di casa, o i brufoli, vistosi sulla pelle, o ancor più la magrezza non dettata da nessuna dieta personalizzata e per questo sgraziata, saranno stati forse i tanti divieti o anche uno, quello non trascurabile della ritirata alle ore 20, per il rito consumato insieme della cena, fatto sta che la bellezza giovanile appartiene disinvolta solo all’oggi. Un’ uscita dopo cena per i ragazzi dell’altro ieri, maschi o femmine che fossero non era neanche da progettare silenziosa nella mente e così l’unica trasgressione la meditava Domenico Modugno, cantando, il suo pezzo, “l’uomo in frak”……..è giunta mezzanotte si spengono i fanali, si spengono le insegne di quell’ultimo caffè, le strade son deserte, deserte e silenziose, un’ultima carrozza cigolando se ne va….solo va un uomo in frak…”. Ecco per le strade di allora, di notte, c’era solo un uomo che aveva fatto della sua vita un’avventura, concedendosi con un vestito elegante all’ora tarda, un modello ignominioso, da non imitare, ma che inequivocabilmente attraeva. Forse non è solo un caso se i ragazzi di allora, per certo, conoscono alla perfezione le strofe lamentate del vecchio canto.
Maria Serritiello

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“La gioventù salernitana degli anni ‘60” di Maria Serritiello.

lucia annunziata,salerno anni 60,ridotto salerno,scacchiera salerno,movimento studentesco del 68 a salerno,lungomare salerno,via cannonieri salerno,mario colucci,rodolfo de spelladi,sergio barela,italico santoro,enzo barone,lucio mascia e lucia annunziata,rino mele,pino cantillo,aldo schiamone,lucio avagliano,massimo panebianco,angelo trimarco,poesie di brecht,le stagioni di via cannonieriLa gioventù salernitana, degli anni ’60, si divideva, soprattutto, in quella del ‘Ridotto’ e in quella della ‘Scacchiera’, dal nome dei due circoli rivali, tra quelli esistenti in città. Il bonario contrasto tra i giovani, senza nulla di eccessivamente astioso, nel panorama cittadino di allora, diede vita ad una intensa stagione culturale, mai più ripetuta in seguito. Cominciava a quel tempo a manifestarsi, anche a Salerno, un certo fermento giovanile, quello che in seguito, altrove, si sarebbe connotato come il movimento studentesco del ’68 ed ecco che il modello limitato al perimetro studio/lungomare/famiglia, sino ad allora consumato, si rivelò improvvisamente stagnante, per una certa gioventù della città. L’idea, allora, di considerare un’alternativa valida al tran tran che non fosse solo una sorta di anticamera giovanile al circolo sociale ma un percorso alla ricerca della propria identità, si fece strada tra un gruppo di giovani universitari. E così prima in Via Arce, il 1° giugno del 1963 e poi in Via Cannonieri 3 (angolo Via Roma), il 4 ottobre del 1964, quel gruppo contrariato da una certa leziosità di stile che cominciava a contrassegnare “La Scacchiera” abbandonò le pigre serate, che pur rappresentavano una novità nell’inerte scenario salernitano e diede inizio ad un nuovo circolo il “Ridotto”. Il nome semplice e rassicurante fu scelto dai fondatori quasi per evocare un ambiente nel quale vivere una familiare complicità ed un confronto con gli altri senza rigori formali, finalmente un luogo dove ritrovarsi, non finanziato dai familiari o da terzi, interessati a ingerenze e a strumentalizzazione. Il Ridotto, al suo nascere, fu subito una specie di “zona franca” nel quale fu possibile trasgredire quel tanto di conveniente per l’epoca e sotto l’occhio vigile dei genitori che, molto spesso, si aggirarono nelle stanze, rimesse a nuovo dai volenterosi soci, per accertarsi in quale ambiente i loro figli, ma soprattutto le figlie, si sarebbero mossi. I tempi erano diversi, migliori ed anche i giovani lo erano, sicché abbandonata la facile goliardia si provvide a stilare un programma sociale che contemplasse in modo equo il tempo culturale, il tempo ricreativo e quello sportivo. Fu facile per i giovani fondatori, oggi tutti affermati professionisti, Mario Colucci, Rodolfo De Spelladi, Sergio Barela, Italico Santoro, Enzo Barone, Lucio Mascia e Lucia Annunziata, proprio lei che in seguito sarà la giornalista tutto di un pezzo della Rai e di certa stampa colta, proporre le dotte conferenze, preparate nella cessata libreria Macchiaroli e considerate di buon livello dagli intellettuali emergenti: Rino Mele, Pino Cantillo, Aldo Schiamone, Lucio Avagliano, Massimo Panebianco, Angelo Trimarco, di tanto in tanto di passaggio al Ridotto. Nei dibattiti che avevano per tema “Il nuovo ruolo della donna nella società”, “Il Matrimonio”, “Il Divorzio”, “Fidanzamento: flirt o impegno?”, “Il controllo della vita sessuale del singolo” sfilava l’ingenua vita di una cittadina di provincia di un’Italia appena uscita dalla civiltà agricola e che credeva possibile il sincretismo tra la cultura laica e marxista con quella cattolica. La vocazione giuridica dei tanti soci produsse la partecipazione erudita di docenti disposti a discettare, tra l’altro, su “L’Italia di fronte alle regioni”, “I nuovi temi della questione meridionale”, “Libertà ed autonomia costituzionale nello stato contemporaneo”, presupposti per una comune alfabetizzazione politica. E poi “Il Ridottosi occupò di musica jazz, di poesie di Brecht, di film di Antonioni e Bergman, di diapositive sulla guerra del Vietnam, di feste danzanti, di teatro e di cabaret, del “papiello” (una sorta di battesimo laico) per le matricole, dei travestimenti a carnevale, dei tornei di ping pong, della squadra di calcio, di gite sulla neve, di mostre del libro e quelle collettive dei pittori, di cacce al tesoro per la città, di sfilate di moda, presentate invariabilmente da ragazze e ragazzi ed infine il mare, con le sue giornate distese al sole, sulla spiaggia dell’Arcobaleno al porto. Un libro del 1995 “Le stagioni di Via Cannonieri”, di Enzo Barone, uno dei protagonisti della gioventù del “Ridotto”, descrive tutto ciò con esatta meticolosità, lascando un’utile testimonianza di quegli anni ai giovani di questa città. Indimenticabili, dunque, quei giorni in Via Cannonieri, per l’ intensità, la varietà e la capacità formativa, tutto alla modica cifra fissata prima in lire 1000 e poi in 1500 al mese, con pagamento di 300 lire di mora, quasi sempre abbuonate, se ritardatari. Ecco, gli anni ’60 salernitani si descrissero attraverso le ingenuità di una certa gioventù che proprio in quegli anni s’incontrava su al “Ridotto, spensierata e stupefatta, inconsapevole e pur già nella storia che preparava il ’68. Per i giovani del mitico circolo quegli anni furono gli ultimi vissuti in un clima semplice, piacevolmente pigro, scandito dalle canzonette dei primi 45 giri, rigirati nei juke-box e una su tutte “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stone” cantata da Gianni Morandi. Fu solo l’inizio, in seguito tutto non sarebbe stato come prima, tant’è vero che il “Ridotto” si chiuse.
Maria Serritiello

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Quel sapore buono della città al “Vicolo della Neve” – di Maria Serritiello

il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccateAd una cosa Salerno, non ha mai rinunciato, quando negli anni ’50 e ’60, l’inurbazione della provincia ha confusamente trasferito nella città altre radici ed altreil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate usanze, a riconoscersi interamente nella tradizione della cucina del “Vicolo della Neve. Somigliante ad un’antica taverna, il posto emana un inconfondibile fascino, quando abbandonate gli stretti budelli, s’invicola, nascondendosi al via vai della gente. Un tempo l’ombra fresca, e riottosa che stagnava nella discosta viuzza, permise alla neve, scesa dai monti, di accumularsi nelle cantine sottoposte alla strada, di essere lavorata e trasformata in candide bacchette, vendute, poi, per rinfreschi e festini, senza pretese dell’epoca. L’attività colorata di bianco, svolta familiarmente per lungo tempo e cancellata impietosamente dall’utile modernità, giustifica il nome che il vicolo porta e vanta come orgoglioso trofeo. Di rado il sole si il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccatemostra nella viuzza, solo gli ultimi piani del palazzo, a cui gli anni non si contano più, sono raggiunti da luminosi raggi, che mantengono vive le piante sporte ai balconi e questi schiacciatiil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate alla facciata, sembrano quasi disegnati. Di giorno, il luogo si perde negli odori delle case montate strette, si confonde nelle prolifiche attività artigiane, si distrae col passo frettoloso e nessuno vi bada, ma la sera, la sera è tutta un’altra cosa. Finita l’attesa, il posto, quieto come un vecchio focolare s’accende e accogliente ricovera all’interno. La porta ospitale si apre rigorosamente alle 20, per rinchiudersi non prima delle tre, quando ormai la città, da un pezzo, si è distesa nel sonno. All’ingresso a farsi avanti più che “lui”, Matteo Bonavita, da quasi 50 anni, il successore ultimo di tre generazioni avvicendatesi, è l’odore intenso del basilico, sparso abbondante sulla pizza e mescolato a quello fragrante della menta, servito per l’imbottitura della milza ed anche a quello non separato dell’origano e dell’aglio, saporoso sulle alici marinate. In bocca, nell’attesa, che dura in tutto una decina di minuti, già si pregusta il sapore morbido del baccalà, cucinato a zuppa e quello sfritto della ciambotta, un misto di melenzane, peperoni e patate, tagliate a tocchetti e servito nel rame dell’affumicata “tiella”. E poi, il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccatetripudio del gusto, da assaggiare ci sono i peperoni imbottiti, le zucchine alla scapece, i broccoli “scuppetiati” e le melanzane sia spaccate che alla parmigiana, per il salato ma anche l’irrinunciabile pastiera e l’inconfondibile scazzetta, per il dolce, piatti che solo qui hanno questo sapore. Tempo addietro, due distinti vecchietti: Armando e Giovanni, unil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate tutt’uno con i loro strumenti, mandolino e chitarra, suonavano melodie perché la sensorialità avvolgente del luogo fosse più completa. Che cosa ha fatto speciale il posto ce lo spiega lo stesso Matteo, due occhi con dentro tanto mare, quello limpido e tenue delle giornate primaverili, con guizzi chiari come i bianchetti ed il sorriso schiacciato nel volto, come un pomodoro allegro sulla pizza: “Il segreto” dice “sta nella scelta dei prodotti, tutti di gran qualità.” Ai mercati generali, al mattino verso le 11, è lui stesso a fare la spesa, come fa da sempre, incurante del tempo che passa, va spedito tra i banchi a scegliere dalle sporte, con consumata esperienza, ciò che verrà trasferito dal caos colorato e crudo del mercato, all’amalgama saporosa della cucina-capolavoro. Al il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccateVicolo della Neve, la vecchia Salerno resiste e si raffigura nella distesa d’aglio appesa, nei vani divisi e accarezzati dagli archi a scuri mattoni, nelle travi di massiccio legno a sostenere il soffitto, nelle suppellettili semplici ed essenziali. Un antro odoroso, oscuro, protettivo che faceva scrivere silenzioso Alfonso Gatto e dipingere con dirompente sensualità Clemente Tafuri. Sull’arco nero fumo, surriscaldato dalle fiamme rossicce del forno a legna, risucchiante come la vorace bocca dell’inferno, proprio su quell’arco che precede la cucina, il Maestro ha lasciato il tratto significativo dell’età dell’uomo. Grottesco, lascivo, il satiro vecchio spia la gioventù dai colori sfumati e si erge sugli altri dipinti che tappezzano l’ambiente, testimonianza dei molti che sono passati. Enrico Caruso, tra gli illustri, per esempio, non rinunciò a mangiare qui e neanche Giovanni Amendola e nemmeno i tanti nomi famosi, dello spettacolo, della letteratura, dell’arte e della politica, un elenco interminabile, tutti di passaggio nella città e presenti al Vicolo della Neve. Senza avvertire il peso degli anni, di sera in sera, la storica locanda si anima ed apre i battenti per mantenere intatta ai Salernitani la tradizione fragrante e golosa del cibo, quella stessa tradizione che ha trasformato il posto in un caldo focolare per i vecchi di un tempo, per i giovani attuali e per tutti coloro che sono di passaggio in questa splendida città.
Maria Serritiello

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Foto: vicolodellaneve.it; wikipedia.it vicolodellaneve on FB

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“La pastoraia di Via Giudaica” di Maria Serritiello

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Il posto che la ricoverava, angusto e scuro come una carbonaia, era un basso senza finestre che prendeva luce dalla strada e d’inverno si riscaldava con del fuoco, sistemato in una vecchia “bagnarola” di zinco annerito. Una scala di legno malandata portava, poi, ad un soppalco cigolante, dove “Fortuna” in compagnia del marito viveva la sua semplice vita. Qui circoscritto, tutto il suo regno, ma a lei non sembrava. Presto il mattino, sforato nel vicolo come un dono, la vedeva alzata con indosso abiti dimessi,la pastoraia di via giudaica,via giudaica salerno,maria serritiello,notino fortuna salerno,luigi scermino salerno,sacchi di juta,presepi salerno,botteghe salerno,artigiani salerno,storie salernitane,maestro carotenuto,presepe di carotenuto,sala san lazzaro del duomo di salerno quelli riportati uguali proprio in certi suoi manufatti: gonna nera arricciata, camicia bianca, grembiule e scialle scuro. Appena apriva, spalancando, le due metà della porta di legno, che nella notte le rinserravano la vita, il buio lasciava il basso e lei si trovava a sporgere il capo nella strada prima di chinarlo per l’intero giorno sulla creta. Con gesti lenti, ordinati, sempre uguali e prima della tranquilla manipolazione, si costruiva ogni volta un forno rudimentale, per la cottura dei suoi piccoli capolavori e ciò rientrava con naturalezza nell’affaccendarsi della giornata. Curva, per la prolungata postura china, accogliente e con un ripetuto e dolce sorriso, si concedeva volentieri alle parole per raccontare il passato, quello che, per farlo rivivere fisso a grandi e piccini, accorta, impastava tra le mani, così, semplicemente, come pane. Nella sua scurita bottega, gli odori si raccoglievano volentieri, come le persone. Spesso, trascurando, per poco il negozio di scarpe dello zio, accorreva, tra gli altri Luigi Scermino, appena fanciullo, per ascoltarla e per approfittare del suo fuoco acceso nella stagione fredda. Scermino, per anni, ora non più, viso aperto e occhi azzurrissimi, ha trascorso la vita vendendo calzature nello stesso negozio dello zio.
Intanto Fortuna, la creta impastata e soverchia la conservava nel sacchi di juta umidi, cominciava il lavoro molto prima dell’estate e proseguiva fino a natale per poi andare oltre, lavorando sempre con lena. Ma chissà come le era nata la passione per la creta in un mondo femminile che si rivolgeva naturalmente all’arte del ricamo, come la più adatta, come le sue abili mani avevano preso a modellare la pasta grezza invece di stringere tra le dita l’ago. Così, innumerevoli buoi, asinelli e statuine dai volti popolari, strappate a quella realtà che le si faceva incontro ogni giorno, hanno trovato posto nei presepi di mezza città; tanto belli che spesso venivano acquistati prima della coloritura, portati via a forza dalle rudimentali mensole su cui erano appoggiati, appena essiccati. Fortuna aveva per i suoi pastori un‘affezione particolare, perciò se ne staccava sempre malvolentieri, forse su quelle statuine l’espressività rievocava incisa le vane speranze, i carichi pensieri e i covati desideri, insomma nei tratti popolari, i segreti della sua anima pulita. I pastori erano il suo pane e come tale, prima della lenta cottura alimentata su di essi il gesto devoto della croce, proprio come si faceva un tempo infornando l’alimento quotidiano. E poi, le sue creature preferite, divenute anche le nostre, veri piccoli oggetti da collezione: la zingara col figlio in braccio, la lavandaia, il venditore di castagne, il banco della verdura, Benino che dorme e gli angeli, semplici oggetti di culto che vanno ormai scomparendo, perché Fortuna non li impasta più. Giustamente, allora, da un po’ di anni, con la sua semplice storia e la scura figura bonaria è divenuta personaggio dipinto nell’artistico presepe del maestro Carotenuto, esposto nella sala San Lazzaro del Duomo. La vecchia pastoraia di Via Giudaica è messo lì ad arricchire la vecchia scenografia di Natale e ad alimentare il ricordo nostalgico dei tanti salernitani che, numerosi, vanno nel vano buio, proprio per incontrarla.Maria Serritiello

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Foto: donnaclick.it

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“La pasticceria Pantaleone” di Maria Serritiello

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La gustosa attività giunta alla quinta generazione, fu iniziata da “Mario” il capostipite, che nel 1868 intese, proprio nella cappella sconsacrata, fissare la tradizione dolciaria Salernitana. Prima di quella data il sito, che presenta come un tempo, due uscite: una proprio sulla frequentatissima Via dei Mercanti e l’altra di fronte alla chiesa di San Giorgio, ebbe con la vicina cappella di San’Antonio dei nobili, la funzione di portare conforto ai condannati alla pena capitale, eseguite quasi furtivamente nella vicina piazzetta che precede il “Largo Campo”. Del vecchio impianto religioso anche dopo vari restauri, ha conservato la caratteristica, sì da presentare alla città una bellezza distintamente barocca, imbrigliata con naturalezza nei riccioli burrosi dei suoi capitelli.
La navata centrale, l’unica, dove un tempo i fedeli, si presenta con disinvolta eleganza per accogliere i numerosi clienti alla ricerca di speciali golosità.
Il retrobottega oscuro e con gli stipi bianchi della passata sacrestia è l’attivo laboratorio, un misto di sacro e profano che impasta zucchero e farina, che solleva fumosi zabaglioni, che sbriciola mandorle e noci in un atmosfera sacrale, nella quale anche le dosi delle ricette sono sussurrate, come ad un confessionale, per mantenere il segreto della fattura. Situata ai piedi del palazzo nobiliare dei “Pinto”, stretto dalla chiesa di San Girgio e San’Agostino, avvicinata al duomo da vicoli puliti, per il noto punto vendita dei dolci più lavorati, nessuna meraviglia se le apprezzate specialità della casa sono di ispirazione clericale. Infatti i pezzi forti della ditta restano il soffice “babà” poroso, stipato di crema, di colore marrone scuro, come i semplici sai francescani e la “scazzetta del prete” che nella forma riprende il giro circolare che un tempo copriva, per l’appunto, i capelli dei prelati. Proprio nell’intento di conservare e assicurarsi l’esclusività di quest’ultima eccezionale leccornia gli eredi della dolce tradizione, l’undici aprile del ‘ 94 hanno depositato il marchio della sua originalità.
E delle specialità lavorate in questo particolare luogo si accorsero anche i componenti “la Reale” casa dei Savoia che nell’Italia monarchica elevarono i “Pantaleone” a rango dei fornitori della nobile famiglia. Così nelle frequenti visite che Re Umberto faceva, sostando nella vicina, stupenda e panoramica “Villa Guariglia”, le dolci proposte della distinta pasticceria lo raggiungevano più veloce. Molte sono state le personalità cittadine e non, dello spettacolo o della politica, che hanno voluto consumare il rito della “pastarella” da Pantaleone, un’elencazione di tutto rispetto che annovera tra gli altri Alfonso Menna, Pupella Maggio, Luca De Filippo, Luciano De Crescenzo, Susanna Agnelli, Eleonora Giorgi, Enzo Iacchetti, Ugo La Malfa, Clemente Tafuri, Alfonso Gatto, ma che vergati ha idealmente i nomi dei Salernitani tutti, perché nessuno ha tirato dritto nel passare dinanzi all’invitante luogo. Sarà destino, ma per la vetusta pasticceria, che esporta profumate pastiere perfino in Giappone e che squadra “zuppette” bianche di zucchero vanigliato, con farcitura di ricotta, intrecciare la propria storia con chiese e conventi. E così anche per le barocche sfogliatelle “santarosa” a forma di piramide vi è un’origine fortemente ecclesiale. Vuole, infatti, la tradizione che esse, un tempo, venivano lavorate dalle suore di Santa Rosa “di qui il nome” presso il convento religioso di Conca dei Marini. Nelle celle virginali, prive di ogni altra tentazione, le pie sorelle, silenziose e pazienti, offrivano confezionate golosità, che più tardi avrebbero trascinato, irresistibilmente, il gusto di un intera città, alla trasgressione.‘ Maria Serritiello

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Foto: Google Maps ©2011 Google

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‘Lello Arena e Claudio Di Palma nel Don Chisciotte’ di Anna De Rosa

lello arena,claudio di palma,don chisciotte,teatro comunale di salerno,ruggero cappuccio,nadia baldi,salvo panza,michele cervante,roberto herlitzkaDi Anna De Rosa. ‘Al Teatro Comunale di Salerno abbiamo incontrato l’attore Lello Arena, dopo la visione dello spettacolo Don Chisciotte, riscritto da Ruggero Cappuccio, per la regia di Nadia Baldi.
 Il celebre attore ha indossato i panni (precisando che erano suoi davvero) di Salvo Panza, duettando con ritmico sarcasmo partenopeo con Michele Cervante, interpretato  dall’attore Claudio di Palma (sostituto di Roberto Herlitzka), uomo appassionato di letteratura epica al punto da perdere il contatto con il mondo reale.
Un singolare personaggio, Lello Arena appunto, che Don Chisciotte trasforma nel suo scudiero Salvo Panza, fa il tentativo di riportarlo entro i confini di una ritualità sociale normale. Il protagonista, posseduto dall’anima immortale dell’hidalgo de la Mancha, continua, però, ad alterare la relazione tra passato e presente, inseguendo una visione disperata e poetica dell’esistenza. Il fragilissimo eroe cerca un’ipotetica Dulcinea, che nel suo desiderio si configura come definitivo incontro di salvezza e di pace.
 Un testo d’eccezione per l’inizio della stagione 2011/2012 al teatro Verdi di Salerno con  una piece intensa su Don Chisciotte, fragile eroe moderno.
Claudio Di Palma diventa Don Chisciotte, Lello Arena è qui lo scudiero Salvo Panza: sono loro i protagonisti della nuova pièce firmata da Ruggero Cappuccio e diretta da Nadia Baldi.
L’eroe fragile e allampanato in questa versione si chiama Michele Cervante, moderno professore universitario di letteratura epica posseduto dall’anima dell’hidalgo de la Mancha. Emarginato da una società che lo respinge quotidianamente, il protagonista vive una profonda solitudine e perde contatto con il mondo reale. La sua energia visionaria lo conduce contro mulini inesistenti, in un’osteria  che sembra un cantiere con impalcature e carriole, che  lui percepisce come un castello, il suo delirio va dal soccorso dell’amata Dulcinea, fino alla conquista morale dello scudiero.
Salvo è invece un uomo qualunque, che, prima cerca di distoglierlo e riconsegnarlo alla cosiddetta normalità, poi vorrebbe vedere, anche lui, il mondo con gli occhi del cavaliere.
Accanto a Claudio Di Palma intellettualmente pienamente nel ruolo del Don Chisciotte anche per somiglianza fisica, un robusto Salvo Panza trova vita nella straordinaria agilità attoriale di Lello Arena, attore  amato e conosciuto da sempre che con umiltà vive il fantasma del suo amico Massimo Troisi.
La vicenda quindi è quella descritta da Miguel De Cervantes, ma la drammaturgia di Ruggero Cappuccio la reinterpreta dirottandola ai giorni nostri. L’opera di Miguel de Cervantes, pubblicata in due volumi nel 1605 e nel 1615, prende di mira con l’arma della satira e dell’ironia, i romanzi cavallereschi e la società del tempo, e questa messa in scena consegna la vicenda del Don Chisciotte alla contemporaneità, attraverso un’indagine interiore tesa a svelare il rapporto tra dolore e bellezza.‘ di Anna De Rosa

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Foto: teatropubblicpugliese.it
Video: ilmioaccountcoso on YT

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