Le caramelle veneziane

le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salernoNel 2005 per un periodo, non lungo, Matteo Scannapieco, riprese al ‘Corso’, l’antica fattura delle ‘Caramelle Veneziane‘. Per molti fanciulli di una certa età fu una gioia …
Solo per qualche tempo, nel 2005, dall’affollato incrocio di Piazza Malta, allo slargo di Piazza Portanova, si risentì nelle narici l’odore dello zucchero cotto delle ‘caramelle veneziane’. Il buon odore, in effetti, mancava, a quanti erano di passaggio per il corso, dall’ 88 e cioè da quandole caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno Matteo Scannapieco, per il nuovo assetto del salotto cittadino, smise l’attività, impoverendo ancor più un tratto di strada che, per buona parte, ha racchiuso, un tempo più di oggi, lo svolgere della vita salernitana.
Qui, infatti, c’erano i più importanti esercizi commerciali, i bar frequentati per la chiacchierata tra amici ed il consumo in piedi del liquido nero, la ‘Casa del Caffé‘ per acquistarlo fresco e tostato, la Standa, una specie di bazar per ogni acquisto possibile ed il cinema, quattro per l’esattezza: il Capitol, l’Astra, il Mini ed il Metropol, dal quale nella bella stagione, oltre alle immagini le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salernodelle star, si potevano scorgere, da un oblò mobile, spalancato magicamente sulle teste degli spettatori, le stelle ed il cielo. A sentire la mancanza delle caramelle dai vivaci colori, quando “Matteo” smise fu, soprattutto, una certa generazione, quella del dopoguerra alla quale le gustose leccornie venivano offerte avvolte in un piccolo cono di carta oleata e come premio guadagnato.
Ad iniziare la lavorazione artigianale al numero civico 245 del corso Vittorio Emanuele fu ‘Ernesto‘ il padre di “Matteo”, una passione a sua volta trasmessagli dal di lui padre e che senza interruzione svolse dal ’46 al ’74, quando, appunto, passò il testimone al proprio figlio. Per anni la bancarella addobbata festosamente dalle ghiottonerie colorate, come il vestito di Arlecchino, la maschera veneziana, da cui il nome delle caramelle, ha raccolto intorno a sé, ad ogni inizio di lavorazione, grandi e piccini. Ernesto prima e il figlio poi, novelli ‘Merlino‘ riuscivano con destrezza, per mantenere alta la tradizione, a mutare davanti a tutti e in un corpo rotativo riscaldato dal fuoco, la polvere granulosa dello zucchero, in una matassa filamentosa che allacciata e riallacciata ad un ganciole caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno della stessa bancarella, si trasformava, all’istante, nei gustosi coriandoli. La ricetta, semplice, dallo zucchero all’aroma, dal fuoco alle poche gocce di colore, è stata sempre segreta, infatti, non si tramandava neppure da padre in figlio e se, nei due periodi successivi, Matteo riuscì a continuare la produzione fu dovuto al fatto che, nel dna di questa famiglia, c’è la predisposizione e la capacità di “rubare il mestiere”, malgrado la segretezza di ognuno. E così nel 2005, dopo17 anni, Matteo sentì di nuovo il bisogno di riprendere ciò che aveva sospeso, ora definitivamente abbandonato. Ma il vecchio banco con la spianatoia di marmo bianco, sul quale tre generazioni hanno posato le mani, rifacendo gli le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno, la ex standa a salernostessi gesti, mescolando ed amalgamando gli stessi ingredienti, come avevano fatto il padre ed il nonno di Matteo, è impresso nella memoria collettiva dei salernitani. Per magia negli occhi di quelli che ricordano, ancora si allineano, le particolari caramelle, uniche nel gusto e fantasiose nei colori che richiamavano il rosso della fragola, il giallo della banana, il verde della menta e il bianco dell’ anice, con il chicco nero di caffé, detto “mosca”. Chissà, se mai più la tradizione di famiglia avrà una continuazione nel futuro e se all’improvviso, gli eredi di Matteo sentiranno, malgrado le loro professioni, il richiamo della dolce alchimia, che nessuno ha trasmesso loro, chissà… intanto per la gioia della memoria, ci basterà socchiudere gli occhi nel posto dove da bambini tiravamo per la manica i genitori, ed esprimere un desiderio, magari sotto le stelle cadenti delle scintillanti luci d’artista, per ritrovare intatto il dolce del gusto.‘ di Maria Serritiello 

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L’antica popolare pasticceria Chianese (di Maria Serritiello)

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Un po’ prima d’inoltrarsi nello slargo del Largo Campo, soffermarsi nella pasticceria Chianese è un forte richiamo che poco ha di commerciale per molti salernitani ma che ogni volta amano rinnovare.
La titolare, Nicolina D’acunto, una dolce signora di unapasticceria,pasticceria chianese salerno,signora d'acunto salerno,largo campo,curiosità salerno,storie della città di salerno,professoressa maria serritiello,nicolina d’acunto salerno,garibaldi curiosità,scorzette di cedro e zucca candite,cannellini bianchi appuntiti,struffoli di natale certa età, accoglie tutti con un contenuto sorriso, quello che si può ancora trovare sulle statue delle Madonnine venerate in costiera. I capelli tirati indietro e fermati dalle forcine di finta tartaruga, sono uguali a quelli delle nonne, quando avevano tutte la stessa faccia. La dolcezza è quella dei suoi dolci che senza mai stancarsi e nel timore di Dio, fa da anni e da sola. La sua è una storia semplice, malinconica che la vede prima giovanissima, perdere il compagno della sua vita e poi consegnata al tempo, instancabile e laboriosa. Si entra, pasticceria,pasticceria chianese salerno,signora d'acunto salerno,largo campo,curiosità salerno,storie della città di salerno,professoressa maria serritiello,nicolina d’acunto salerno,garibaldi curiosità,scorzette di cedro e zucca candite,cannellini bianchi appuntiti,struffoli di natalelasciando nella strada l’ombra dei vicoli e nella pasticceria che, nella sua storia, vanta di aver fatto assaggiare gustose zeppole perfino a Garibaldi, si ha l’impressione che gli ammodernamenti eseguiti non più di 5 anni fa, poco o niente hanno cancellato tracce di un passato qui annidato, profumato alla cannella. All’istante, il luogo e la piccola signora, risultano familiari, si ha voglia di parlare, ascoltare le sagge parole messe in fila e offerte naturali, come un pacchetto di durevoli amaretti. E di cose ne dice ma sempre dosandosi, come per una ricetta buona e quando dettaglia sul grano rifornito a interepasticceria,pasticceria chianese salerno,signora d'acunto salerno,largo campo,curiosità salerno,storie della città di salerno,professoressa maria serritiello,nicolina d’acunto salerno,garibaldi curiosità,scorzette di cedro e zucca candite,cannellini bianchi appuntiti,struffoli di natale generazioni della città per la fattura della pastiera, il sostanzioso dolce Pasquale, il racconto diventa una favola del c’era una volta. “Il grano” dice con fievole voce, mentre assesta le mani operose nel grembo protetto da un bianco sinale è portato fin qui da un grossista napoletano. Secco e tenero esso va lavato sette volte. Ecco, la ripetizione del gesto metodico della preparazione diventa simile al magico elemento delle favole vere: “…sette paia di scarpe ho consumato…, sette gnocchi hai da preparare se il principe vuoi sposare… e sette sono le leghe per il gatto con gli stivali…”. pasticceria,pasticceria chianese salerno,signora d'acunto salerno,largo campo,curiosità salerno,storie della città di salerno,professoressa maria serritiello,nicolina d’acunto salerno,garibaldi curiosità,scorzette di cedro e zucca candite,cannellini bianchi appuntiti,struffoli di nataleAllora, la cucina che s’intravede al di là del bancone e le scansie rinnovati quel tanto che basta, assume la struttura di antro spolverato dalle suggestioni incantate, con i suoi calderoni di lucido rame, ogni anno stagnati da un artigiano di Coperchia, avanti negli anni, con le grandi circonferenze che inghiottono un mezzo quintale alla volta di granuloso impasto e con lunghe, capaci cucchiaie di legno che servono ad aiutare le quattro ore di cottura. Ogni tanto, l’alchimia profumata riceve acqua tiepida, appositamente aggiunta per non far prosciugare il composto. Gesti lenti pazienti scenici che nessuno più sa interpretare e la stessa signora arrendevole dice consapevole “tutto è cambiato, non c’è più nulla come prima”. Ma come prima, come sempre, Lei, ha con gli avventori un legame di parentela, dispensando caramelle ai più piccini, chiedendo affettuosamente notizie sui più vecchi e rallegrandosi che ai suoi clienti, come per i familiari, le cose vadano bene. Cinquant’anni trascorsi così, ad addolcire testardamente tutto l’amaro della vita, a fare del suo mestiere una nobile arte. E tante, tra le altre, le sue specialità: dalle scorzette di cedro e zucca candite, al pan di spagna spalmato di “naspro”, la glassa di zucchero cotto, dai confetti di mandorle e cacao, alle “teste di moro”, vere ghiottonerie al cioccolato. Nei vasetti, poi, di vetro trasparente posti con ordine negli stipi, sorridono al tempo: cannellini bianchi appuntiti, topolini bicolore elak, moltiplicata granella e allegri diavolini per la guarnizione vivace di torte e struffoli di Natale. Alla parete e alla vista quasi sfugge, una pergamena della Camera del Commercio con su scritto “Medaglia d’oro, al merito, per aver mantenuto la tradizione artigianale”. La mansueta “Signora” raccolta nei gesti si schernisce, abbassa il capo e guarda le proprie mani, forti, lisce: sono quello, solo quelle, la sua unica e vera medaglia d’oro da vantare.‘ di Maria Serritiello

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La spiaggia perduta

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Quando nel 1970 iniziarono i lavori per la costruzione dell’attuale porto commerciale, sfrattando le incantevoli spiagge esistenti, gran parte dei salernitani pensò di non avere più il mare.
Eppure, nella parte orientale, proseguendo oltre Piazza della Concordia, c’era già la “La Conchiglia”, la spiaggia libera del “Torrione”, la “Caravella” e sul posto, dal 1936 presente, il tradizionale quanto signorile “Lido” di Mercatello, ma non era la stessa cosa.
Si considerò, caricando la preoccupazione, che quella pur lunga striscia di spiaggia non avrebbe mai riunito tutti i bagnanti in cerca di nuovo spazio.
Mare aperto e inquieto, mare forse più vero, da quel giorno, senza più il sicuro budello dei lidi e il lungo braccio del porto a delimitare; costretti, per toccare l’acqua ad attraversare tutta la città, vestiti con la sobrietà del chi si reca in ufficio e con l’operatività della città mai distratta. Escluso dall’immediato contatto salato, il vecchio nucleo storico, si addormentò, smarrendo tra le sue pieghe, i corpi cotti dal sole, i richiami dalle voci cantilenanti, il profumo salmastro, covato nei vicoli ombrosi e l’umido attaccaticcio dei giorni di scirocco. Il mare, nella città percorsa a piedi, si allontanava emancipato, per stendersi libero, per non appartenerci più.
Ma quando i bagni si prendevano al “Porto”, ora sempre più propriamente detto “Via Ligea” dall’intrigo dei vicoli, affollato il via vai, festoso e colorato si faceva strada profumato all’olio di noce. L’unica via, passato il palazzo del Genio Civile, si riscaldava con la risacca marina ed il rumore degli zoccoli, di legno duro, strusciato a terra come le reti dei pescatori. Dalle finestre, erose lentamente dal sale, le case accostate alla roccia, respiravano spalancate, odorosa e salmastra, la brezza del mare, quel mare annusato forte tra i guizzi dei pesci pescati e mostrati, poi, nella palazzina bianca del mercato, elegante ancor oggi, rispetto alla disinvolta decadenza di tutto il resto. Con la velocità consentita dai fili, tesi e sollevati, il numero “2”, la popolare filovia, verde scuro, che collegava i punti estremi della città, passava libero, sfiatava i freni e distrattamente sganciava il trolley, senza che nessuno suonasse dietro spazientito.
Cento lire, il costo del biglietto per l’andata ed il ritorno, quanto il prezzo del gelato a limone, rinchiuso fresco nel carrettino giallo del gelataio ambulante e se la tentazione, a volte, portava a leccare il gusto ghiacciato, altro non restava che farsela a piedi.
Ma tant’è si era felici!
La camminata lenta, con gli amici, sempre tanti, rendeva possibile la discussione, il comune sentire mentre a lato e davanti a passi tamburellati scorrevano vivaci: il “1° Elisa”, “Il Principe di Napoli”, “Il Tritone”, “Il Santa Lucia”, “Il 2° Elisa”, “Il Lido” (già Risorgimento), “L’Arenella”, “Il Lido” (propriamente detto), “Il Savoia”, “Le Marinelle”, “L’Arcobaleno”, “Scoglio 24” e “Punta di Mare”.
Un patrimonio ambientale di spiagge, le più belle, curate con amore e tradizione da famiglie come Porpora, Nigro, Ventura, Pizzolorusso, Olivieri, tra le altre; una sensoriale ricchezza inutilmente persa da tutti noi!
E’ lì che, discosto, abitava il mare, senza mescolarsi alla discarica cittadina, lì la soffice sonorità, ripresa alla riva , dolcemente era spinta in mezzo al mare con le voci dei tranquilli bagnanti, ovattate e ascoltate come già in una conchiglia. Il tempo stemperato nell’acqua e impastato nella rena, entrava nella dimensione lenta dell’ozio, dove, assente la fatica, anche il treno, sollevato sul ponte della ferrovia, sfilava rallentato col suo carico affacciato ai finestrini e le mani movimentate dal saluto, appariva distante e sfumato nel vapore della calura. Laggiù per tutti, c’era l’invito dell’estate. E l’amore, quanti amori sulle spiagge ordinate, ammorbiditi sugli scogli ricoperti di alghe ricce, sfuggiti al controllo nelle veloci “scappavie”, noleggiate ad ora, rinfrescati nella grotta del “fico”, dove la sorgente ghiaccia calmava l’arsura del sole, il pizzicorio della salsedine e dove il bacio sapeva acquistare il sapore della leccornia.
“….ti voglio cullare, cullare, posandoti sull’onda del mare, del mare….” dai primi jukebox, Nico Fidenco a fare da colonna sonora, a sottolineare con note accattivanti, irripetibili momenti giovanili.
A volte la giornata a mare era più lunga delle solite ore “13” tutti a tavola ed ecco che ad una certa ora la via si affollava di commisti odori, sparsi da ruoti di alluminio lucido e protetti da fazzolettoni a quadri rossi e blu. Per la spensierata, giovane covata, mamme, nonne, zie sempre disponibili alla cucina sui carboni, portavano a mano golosità fatte di “pasta imbottita”, “melanzane alla parmigiana” , “zucchine alla scapece”, “peperoni ripieni” e l’immancabile “insalata di pomodori”, generosamente odorosa di basilico.
E allora non sarà un caso, se molti di quei giovani di “ieri” senza rassegnazione, ancora oggi vanno al “Porto” a prendersi il bagno, con lo sguardo lungo della memoria e l’affezione del cuore, vanno a ritrovare la spiaggia perduta, irrimediabilmente perduta, ormai, tra le scatole quadrate color ruggine degli utili containers ed il brillio zampillante della fontana, in verità la più bella, di quelle che prolificano in città.
Maria Serritiello

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Foto: Edoardo Colace

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Mario Plaitano, l’orologiaio di Piazza Portanova (a cura di Maria Serritiello)

mario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritielloOggi, per l’appuntamento GuestBook del Blog di Salerno, ho il piacere di ospitare la professoressa Maria Serritiello che ha raccolto l’invito di qualche settimana fa (e per questo la ringrazio) e poco più sotto ci racconterà una bella storia tutta salernitana che ha come protagonistamario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritiello,san pietro in vinculis salerno,maestro d’arte giovanni carpinelli,bar sette stelle salerno,palazzo del cetrangolo salerno,farmacia nappi salerno,la spiga di grano salerno,montefusco salerno,la gelateria buonocore salerno Mario Plaitano, il noto orologiaio di Piazza Portanova, per un ‘tuffo’ in quella Salerno che non c’è più ma che in tanti ancora ricordano e, nel caso della Professoressa Serritiello, raccontano.
La professoressa Serritiello, profondamente innamorata della sua città, attualmente in pensione, con un amore smisurato per la danza, la musica e le poesie (ha pubblicato sei raccolte, di cui una su Salerno, la sua città nativa dal titolo “Dalla finestra fiorita“), cura un suo blog personale ‘Il mio giornale‘, dove affronta argomenti di attualità, cultura e arte, mentre collabora con Lapilli.eu periodico culturale online. ‘Solo a metà‘ invece è l’altro blog dove Maria racconta la parte più intima dei suoi sentimenti.  Prima di lasciarvi alla lettura del Guest-post, ricordo a tutti coloro che vogliano cimentarsi con la realizzazione di un post che parli di Salerno e di salernitani, per poi vederlo pubblicato nella sezione GuestBook del Blog di Salerno, di mettersi in contatto al seguente indirizzo email: vsalernoblog@virgilio.it.

mario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritielloMario Plaitano, l’orologiaio di Piazza Portanova (di Maria Serritiello)
Spostare le lancette dell’orologio per ricordare come gli è nata la passione per questo oggetto, lui lo sa fare, è un orologiaio. Una professione trasmessagli nel sangue da suo nonno, che a Giffoni sei Casale, a suo tempo, fu il bravo ed unico orologiaio del paese, ma anche perché, fin da bambino, gli piaceva smontare e rimontare tutti gli orologi che gli capitavano tra le mani. Fu per caso che nel 1956 iniziò l’attività che, ancora oggi, espleta laddove l’ha iniziata e cioè al primo piano del vecchio palazzo di Piazza Portanova e dove si ricovera l’antica chiesa di San Pietro in Vinculis. Era il lontano 1951, quando il giovane Mario si trovò, per caso, a passare al n°1 di via Mercanti, presso il minuscolo negozio di suo zio che, da un bel po’di anni, si occupava di orologi come nella migliore tradizione di famiglia. Quel giorno, il giovanotto avrebbe dovuto intraprendere la carriera lavorativa presso gli uffici delle poste e dei telegrafi della città, un’occupazione che gli avrebbe assicurato una vita tranquilla per il futuro. Lo zio, però, in cerca di un erede, tentò di dissuaderlo, prospettandogli, se avesse continuato la sua la professione che, comunque, avrebbe dovuto lasciare, la possibilità di essere unico padrone nel suo negozio e non uno dei tanti dipendente in un ufficio. Fu così che il giovane smise di pensare al lavoro delle poste, senza che la rinunzia gli procurasse alcun trauma ed iniziò a formarsi seriamente, frequentando dal ’51 al ’56, un corso a pagamento di apprendistato e tirocinio con il maestro d’arte Giovanni Carpinelli, ricordato, dopo tanto trascorrere, non senza emozione e riconoscenza. Un tempo chi voleva apprendere un mestiere, dettato da sicura passione, si preparava con serietà, andava, come si soleva dire, “a bottega”, pagava ed era riconoscente a chi gli trasmetteva il sapere, sentimenti sconosciuti, ormai, ai più dei giovani. Il lavoro, non specificatamente intellettuale, non era considerato un’avventura selvaggia nel quale riuscire alla men peggio ma un patrimonio da acquisire, un importante punto fermo, oltre al servizio militare, nella formazione di ogni uomo. Così il giovane apprendista, durante il corso, assimilò con voracità e con l’attenzione necessaria, tutti i segreti dell’orologeria, dalla precisa nomenclatura dei pezzi, alla lingua francese usata dal cantone svizzero di Neuchatel, centro di fama mondiale per gli strumenti che scandiscono il tempo. Quando approdò, a fine corso, al primo piano del n°5 di piazza sedile di Portanova, Mario iniziò il lavoro fornendo pezzi di ricambio ed eseguendo piccole riparazioni sugli orologi a corda, quelli che s’accompagnavano al possessore per tutta la vita, tanto da essere tramandati da padre in figlio, quelli dalle sfere che giravano sui numeri romani e a dargli la corda era una rotellina stretta tra l’indice e il pollice. Vero oggetto di culto di grande significato affettivo ma anche di valore materiale, l’orologio, tanto che lo si poteva lasciare in pegno, in cambio di una somma di denaro. Al giovane orologiaio, in quegli anni, la riparazione interessava molto e si dedicava alla sistemazione di essi solo quando riusciva ad essere tranquillo ed in solitudine. I gesti precisi dell’oscultare e dello smontare la macchina sembravano, piuttosto, quelli di un medico e aiutato dal monocolo che ingrandisce di quattro volte i vari pezzi, Mario riusciva, con sua grande soddisfazione, a rilevare subito il difetto. Poi gli orologi non hanno avuto più bisogno delle sue cure e quelli esposti nel banco luccicante del suo negozio, appartengono alla generazione che al polso li cambia senza curarsi di preservarli o conservarli per tutta la vita. Nulla è più come prima, lo stesso Mario, oggi, è un distinto signore dai capelli grigi, sfumati di bianco e non più neri, con tanti ricordi nella mente che ci consegnano la stessa Piazza Portanova diversa da com’è, con figure ed esercizi scomparsi il “bar sette stelle”, “il palazzo del cetrangolo”, “la farmacia Nappi” dai vetri scuri, “la Spiga di grano”, “Montefusco” con la lana esposta nei sacchi dinanzi alla vetrina, “la gelateria Buonocore”, l’acquaiola “Margarita” e la “Singer” che organizzava corsi di taglio e cucito per le tante ragazze in cerca di autonomia, il femminismo dovrà ancora venire. Il tempo da Mario Plaitano ha un suono particolare, un ticchettio insistente che viene dagli innumerevoli orologi a pendolo e a cucù attaccati al muro e che nelle giornate uggiose Mario con dolcezza, spolvera e ricarica. La passione per questo oggetto, dopo tutto il tempo trascorso è intatta e lo spinge a trasmettere ai suoi nipotini, come già per i suoi figli, lo stesso attaccamento che lui ha provato, uno in particolare , il piccolo Mario, ma anche gli altri non sono da meno, che ogni sera, come chierichetto all’altare, segue suo nonno e l’aiuta a chiudere il negozio, gettando, prima, il paletto dietro al balcone e poi infilando le chiavi nella serratura, un rituale che preannunzia la continuazione e l’amore per il nobile oggetto del tempo.
Maria Serritiello

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Foto: Maria Serritiello

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Giuseppe: un Salernitano a Barcellona.

salerno barcellona,giuseppe pierri salerno,lavorare a barcellona,salernitani a barcellona,comunità campana in spagna,esperienze di lavoro a barcellona,guestbook salerno,storie di salernitani all'estero,interviste salernoPrende il via, con il post di oggi, una nuova iniziativa del Blog di Salerno. Si chiamerà ‘GuestBook‘ e molto semplicemente consiste nel mettere a disposizione questo Blog a tutti coloro che abbiano voglia di scrivere un post, una storia, una curiosità che in qualche modo parli di Salerno e di salernitani. Un’iniziativa che nasce con l’intento di raccontare la nostra città e la nostra provincia con le nostre storie, anche quelle apparentemente semplici e di vita quotidiana. Per poter partecipare, basterà aver qualcosa da dire e mettersi in contatto inviando una mail al seguente indirizzo: vsalernoblog@virgilio.it. Non siate timidi e mi aspetto una buona adesione.
A Giuseppe Pierri, salernitano che vive e lavora asalerno barcellona,giuseppe pierri salerno,lavorare a barcellona,salernitani a barcellona,comunità campana in spagna,esperienze di lavoro a barcellona,guestbook salerno,storie di salernitani all'estero,interviste salerno,rambla,salernitani a barcellona Barcellona, il piacere (spero lo sia stato per lui) di inaugurare il GuestBook. Giuseppe appassionato di viaggi, musica, televisione e lingue straniere ci racconta la sua esperienza di Salernitano all’estero ed è una storia che arriva subito dopo la pubblicazione del post relativo al Rapporto Italiani nel mondo 2011 dal quale è venuto fuori che la provincia di Salerno è addirittura la quarta provincia d’Italia per numero di emigranti. Da sempre appassionato di Web, in passato curava il suo blog personale: ‘Le scoperte di un Peisho ed ha in cantiere l’apertura di un altro blog dal titolo: Barcellona Salerno A/R – storie normali di una Barcellona reale – “E’ un progettoci racconta Giuseppe “che mi ha sempre affascinato: qui conosco sempre più persone di diverse zone e ognuna di loro sembra portarsi dietro una storia. Sarebbe bello raccontarle ..no?“. Ecco il suo post per il Blog di Salerno. Buona lettura.

salerno barcellona,giuseppe pierri salerno,lavorare a barcellona,salernitani a barcellona,comunità campana in spagna,esperienze di lavoro a barcellona,guestbook salerno,storie di salernitani all'estero,interviste salernoE speriamo che me la cavo! (di Giuseppe Pierri)
Arrivo a Barcellona nel 2004: l’anno del Forum, delle grandi iniziative e del boom edilizio. Alberghi a 36 piani vengono costruiti in meno di 4 mesi, la domanda di personale nel campo alberghiero è altissima, ondate di turisti invadono la Barceloneta. Si potrebbe descrivere la Barcellona di quell’epoca con un aggettivo: sovraccarica. Io 32enne, fresco laureato fuori corso massimo in Scienze Politiche, vedendo tutto questo movimento, decido di trasferirmi qui per qualche mese con lo scopo di migliorare soprattuto il mio spagnolo che ho studiato all’Università. Ci resto 3 anni, fino al dicembre 2007. Quando dico che sono di Salerno, la gente pensa che sia siciliano dato che confondono il suono con Palermo.
Inizio lavorando come receptionista in un hotel sulla Rambla. Firmo il mio primo contratto a tempo indeterminato. Al colloquio mi prendono soprattutto perché parlo italiano. Il signor Antonio, prossimo alla pensione, catalano e di sinistra “de toda la vida” mi dice: “L‘80% dei nostri clienti sono italiani e tu mi sembri una persona seria”.
In quell’epoca, infatti, gli italiani che arrivano a Barcellona sono principalmente studenti Erasmus, giovani che vogliono provare l’esperienza di okkupa e soprattutto “artisti”. Soprattutto gente del nord; di salernitani neanche l’ombra. Senza saperlo l’esperienza all’hotel mi aiuta a migliorare anche il mio livello di inglese che risulta non essere poi così malaccio. Me ne accorgo soprattutto quando mi presento alle prove di selezione per una multinazionale tedesca del farmaco. La prova di inglese scritto era una delle fondamentali. Adoro il mio lavoro in hotel che mi da sempre più soddisfazioni ma non sopporto più i ritmi e gli orari, quindi decido di cambiare. Ormai mi rendo conto che sono uscito dalla realtà provinciale di Salerno dove se riesci a trovare un lavoro, con tanto di contratto, sei super fortunato e mai e poi mai pensi di cambiare. Ma qui è diverso: qui è normale migliorarsi anzi se non ci provi non vieni visto molto di buon occhio. E intanto sono già 2 anni che sono qui. I miei amici in Italia dicono “ormai ti sei sistemato li, non torni più” …..eppure.
Eppure non riesco ad accettare la chiusura mentale dei catalani che tutti sono convinti che siano aperti e gioviali. Non accetto quel loro razzismo sottile che scopri solo dopo qualche anno che vivi qui. Non capisco quel loro senso di competizione nei confronti degli italiani, le loro battutine sul presidente del consiglio che TUTTI abbiamo votato, sul fatto che secondo loro in Italia si giochi a calcio ancora con il catenaccio. Se provi a controbbattere, ti tirano fuori la gomitata di Tassotti nel mondialesalerno barcellona,giuseppe pierri salerno,lavorare a barcellona,salernitani a barcellona,comunità campana in spagna,esperienze di lavoro a barcellona,guestbook salerno,storie di salernitani all'estero,interviste salerno 1996. Me l’hanno sbattuta in faccia tante di quelle volte che ho deciso di farne la mia foto sul profilo Facebook. Tutto ciò mi spinge a tornare in Italia nel dicembre 2007. Trovo una Salerno addormentata, statica…..grigia. Mi propongono un lavoro come contatto per la clientela estera. Dopo un poco mi ritrovo a caricare e scaricare camion. Ma sono a Salerno, penso, con la mia famiglia, i miei amici, i locali di via Roma e tutto questo mi da un grande senso di sicurezza. Ma la crisi economica è dietro l’angolo. Al mio padrone iniziano a tornare dietro gli assegni, i clienti chiudono e lasciano debiti impagati. Nonostante mi dimostro disponibile a ogni tipo di incarico, dimenticandomi che provengo da una multinazionale che, ormai, parlo 3 lingue a livello alto, non esitano a farmi fuori. Sei uno degli ultimi entrati …quindi..
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Per quanto mi riguarda, ho deciso di vivere questa mia nuova esperienza in modo diverso: un salernitano che lavora all’estero. Per ora mi piace guardare Salerno da lontano, mi piacciono i progetti della Marina d’Arechi e alcuni mesi fa ho scattato una foto dell’entrata del porto di Barcellona dall’alto, mentre ero nel parco del Montjuic: effettivamente Piazza della Libertà per quel poco che vidi la ricorda vagamente. Ma qui ho un lavoro stabile che mi piace e con i tempi che corrono mi sento strafortunato ad essere riuscito a rientrare nel mondo del lavoro a quasi 40 anni.
Ho anche in cantiere di fare il grande passo di comprare casa, approfittando della grande crisi immobiliare che c’è qui …e speriamo che me la cavo!

Salerno Smiling People
Foto: Giuseppe Pierri, barcellonaonline.net

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