“Gli Astrali. La musica dagli anni ’60 a Salerno” di Maria Serritiello

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Gli anni, ormai, della loro carriera insieme, sono tanti e baldanzosi gli Astrali si avviano, fra quattro anni, a celebrare, sia pure con qualche serata e con la formazione ridotta, i 50 anni di professione. Detto così fa un certo effetto ma vederli ogni tanto, quando riescono ad incontrarsi per combinare qualche serata, si cambia opinione. Sono inossidabili, come i Pooh e come una certa generazione che non si arrende e resta giovane dentro e a dispetto del tempo, per i più, anche fuori, con l’aspetto stigmatizzato nell’eterna giovinezza. Così ricordare gli Astrali, è come ripercorrere all’indietro un pezzo di storia della città, tanto hanno segnato con la loro melodia ogni momento passato di intere generazioni.
Ed erano proprio gli anni ’60, quelli favolosi, anni in cui la guerra dei padri era del tutto archiviata, in cui l’Italia si andava industrializzando ed il boom era dietro le porte, insieme alle ventate buone del ’68, quando alcuni ragazzi, con la musica come unica passione, diedero vita ad uno dei più prestigiosi complessi musicali, con un nome che, già nel suono, si proiettava verso le alte mete degli astri ed astrali, davvero, furono per tutti perché il cielo si toccava con mano, quando le loro note si elevavano dai vari strumenti. Si erano incontrati per caso, come succedeva un tempo, rincorrendo e calciando un pallone ed era stato facile fare amicizia, manifestare le proprie preferenze, confessare i sogni nascosti. Alla chetichella per non farsi scorgere dai genitori, che ritenevano quello svago una perdita di tempo, anzi ore sottratte allo studio, ognuno di loro strimpellava uno strumento preferito e, una volta incontratisi, fu naturale pensare alla formazione di un complesso. Erano gli anni in cui anche la musica seguiva la voglia dei giovani di riunirsi, di fare esperienza nel gruppo e in gruppo di indirizzare la propria vita nel sociale, di considerare la casa solo un ricovero e i genitori che l’abitavano dei “matusa”. Ma gli “Astrali” erano innanzitutto dei bravi ragazzi, rispettosi della volontà delle famiglie, che era in quei tempi non mediatici, il desiderio legittimo di assicurarsi prima un pezzo di carta per l’avvenire e poi la passione per la musica e così lo studio non fu trascurato, tanto che tutti riuscirono in seguito a laurearsi e ad essere affermati professionisti. Non furono, però, solo i genitori ad ostacolare il volo oltre la città natia, che per la bravura poteva essere possibile ma fu anche e soprattutto la trascuratezza di ognuno verso quel successo che nulla avrebbe aggiunto a quanto già avevano. Ed eccoli oggi, come un tempo, ad essere divisi in due, di giorno impegnati seriamente nel lavoro ma la sera tutti dedicati alla passione musicale e anche se il tempo è passato, ognuno di loro per proprio conto continua a fare serate, a rallegrare, suonando, quanti non si sono stancati di ascoltare la loro musica. Vecchie e nuove armonie perfette si amplificano dai loro strumenti, trascinandosi dietro inevitabili ricordi, quelli di quando tutti insieme in pedana davano il meglio al nome di Germano Cosenza (basso e canto), Michele Avagliano (chitarra), Cosimo Palumbo (piano) Michele Mattei (batteria e canto), Guido Cataldo (sassofono) ed in seconda formazione Bartolino Cataldo al piano e Gennaro Carbone alla chitarra e ancora quando nel’68, ma già sono in testa alle preferenze dei giovani di Salerno, arriva a dare più successo al complesso la voce di Nello Buongiorno, il barbuto musicista, più volte apparso in tv, quale ospite, tra i più graditi, di Mara Venier e sarà in seguito anche l’unico del complesso a spiccare il volo. Spaccati di memorie si sommano e “Gli Astrali” appaiono i giovincelli sbarbati, dai capelli appena allungati, come vuole la moda dei capelloni, con jeans e stivaletti tralasciati in favore di completi scuri, doppio petto e cravatta, rigorosamente indossati ancor oggi, che rimandavano un’immagine da seri orchestrali e adatta ai night della costiera. Già, la divina costiera di quegli anni, frequentata bene dai personaggi che allora contavano, sia nella politica che nello spettacolo o solo intellettuali, imprenditori e ricchi che si ritrovavano là come in un’ apartheid privilegiata e che rispondevano al nome di Kennedy, Nureyev, Eduardo, Zeffirelli, Gore Vidal, Mastroianni, la Loren, De Sica, Loy, tanto per citarne alcuni e dove i ragazzi perbene chiamati “Astrali” potevano figurare e accontentare i loro gusti musicali. Il repertorio messo appunto, infatti, spaziava dai brani sussurrati ed uno in particolare Fenesta Vasce riscoperto e portato al successo, ai ritmi più sfrenati. In quegli anni gli Astrali, con insolita bravura, arrangiavano con la loro sensibilità di artisti, la musica dei più grandi complessi: Beatles e Rolling Stones, non escludendo quella ritmata, vertiginosa e nera di Wilson Pickett, James Brown, Joe Tex, Otis Redding e così Marco Lenza con la chitarra si proiettava in svisate magiche alla Jimi Hendrix, mentre i fiati, la tromba di Pasqualino Moretti, il trombone di Giuseppe Carabella e i sassofoni di Guido Cataldo e di Vincenzo Senatore scuotevano ogni parte del corpo con vibrazioni mai più provate, in seguito, così intense. La musica di allora, più che adesso, raccoglieva tutte le istanze giovanili e serviva a ribellarsi, ad affermarsi, ad amoreggiare, ad essere, infine, se stessi e le note degli “Astrali” hanno alla meglio traghettato i giovani all’età matura. Ora ricordiamo con tenerezza le pomeridiane danzanti ma quanta fatica per arrivarci, per esserci dalle 18 alle 21 e ritornare a casa in tempo utile per la cena di mamma e papà. Con gli Astrali vengono in mente tante abitudini, perse ormai in quarant’anni, ma ancora vive nella memoria di tanti, per averle vissute con l’intensità giusta e l’entusiasmo dovuto. Una fra tutte, il MKP 100, ovvero cento giorni che precedevano gli esami di stato, la festa più desiderata dagli studenti che, almeno per un giorno, allentava la spirale della tensione, dimenticava le formule matematiche, tralasciava i ragionamenti filosofici e non avviava la svogliata traduzione dei classici greci e latini. Non si proclamava festa studentesca se a suonare non era la band degli “Astrali” e loro sulle note lente di “Tre settimane da raccontare” alla Fred Buongusto o di “E la chiamano estate”, alla Bruno Martino o ancor di più sulle note martellate, portate al successo dai complessi beat dei Primitives, Corvi, Rokes, Ribelli, Fuggiaschi e Nomadi, ma dai nostri Astrali arrangiate in modo personale, hanno dato svago, spensieratezza e avviato l’inizio di tanti ma proprio tanti amori. Perciò, per aver scritto con tanta bravura e semplicità la colonna sonora dei nostri anni giovanili che, fuori retorica, resteranno sempre i più belli, siamo grati a questi ragazzi.
La musica, in quegli anni dagli “Astrali” veniva diffusa da tutti i locali della città: Copacabana, Stiva, Capannina e da quelli delle due coste, Hotel Luna di Amalfi, La Fregata di Postano, Il Lanternone di Palinuro, la Taverna dei Monaci di Agropoli e per la loro bravura erano chiamati ad essere complesso d’appoggio ad artisti prestigiosi quali Peppino di Capri, Fred Buongusto, Patty Pravo, Lelio Luttazzi, Ricchi e Poveri, Giganti e tanti altri.
Mi sia consentito l’amarcord personale per i fratelli Cataldo. Il primo: “Bartolino”, impeccabile nel suonare il piano, mio compagno di banco nell’ultimo anno di scuola superiore, ora affermato giornalista oltre oceano, rivisto una sola volta e per caso, in tutti questi anni trascorsi. Il secondo “Guido” l’ottimo collega di classe e di viaggio nel raggiungere quotidianamente la sede scolastica di Oliveto Citra. Io e Guido, insieme, su di un testo “O cunte e Cicerenella” scritto dal padre e da lui musicato, a fine anno, riuscimmo a far recitare e cantare tutti gli alunni della scuola. Peccato non ci sia traccia visiva di questa performance, siamo negli anni ’80 e ancora non era scoppiata la mania del telefonino fotografo, ma nella mente, nel mentre scrivo, sono là, nel cortile assolato della scuola, con accanto il Maestro Cataldo che mi accompagna con la sua chitarra, e canto felice, si perché la musica mi rende felice, con tutti i nostri alunni.
Con la musica” dice Germano Cosenza (basso e canto) “ho avuto tutto quello che un giovane di allora non poteva permettersi e pure se la fatica era tanta, (si suonava senza intervallo dalle 22 alle 3), non l’ho mai sentita, anche per la giovialità che circolava tra noi”. “La musica fa parte della mia vita”continua “come un braccio , una gamba, le mie figlie, la vivo e l’ascolto senza tregua. Certo il repertorio che preferisco ricalca quello degli anni ’70, le mie giornate sono imperniate di rhythm and blues, di pezzi orchestrali ma anche, per curiosità, di tanto Eminem, Jovanotti o dj Francesco”. Non si penserebbe mai, per averlo fissato nella mente con in spalla la tracolla del basso, che Germano Cosenza nasce musicalmente suonando la fisarmonica, lo strumento che allora appassionava per la sua possibilità di essere tastato ovunque e anche perché, dalle prime televisioni accese, un maestro come Gorni Kramer, con una buffa intensità facciale ci rimandava una passione da imitare.
Oggi gli “Astrali” non suonano più insieme, l’hanno fatto, per una volta qualche anno fa e con una formazione ridotta, anche perché qualcuno non c’è più, alla Rassegna Estiva del Teatro dei Barbuti, un dono pregiato per gli ex giovani che, tutti ma proprio tutti, si sono ritrovati là a guardare, nel tempo della musica, quello trascorso per ognuno. Voce spiegata a cantare sulle note uscite dal sassofono di Guido Cataldo, il “Maestro” e pensieri fluttuanti sostenuti dalla melodia dolce o ritmata di tutti gli altri, che il pubblico non si è più trattenuto e ha “fatto orchestra” con loro. Tutti i presenti, se pure per una volta, mentre la musica innalza note al cielo stellato dei Barbuti, hanno avuto la gioia di ritrovare le atmosfere giovanili, i sapori genuini, le tradizioni incontaminate e l’ingenuità di una generazione che mentre loro cantavano è andata sulla luna!
Maria Serritiello

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Foto: Maria Serritiello

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Quel sapore buono della città al “Vicolo della Neve” – di Maria Serritiello

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Somigliante ad un’antica taverna, il posto emana un inconfondibile fascino, quando abbandonate gli stretti budelli, s’invicola, nascondendosi al via vai della gente. Un tempo l’ombra fresca, e riottosa che stagnava nella discosta viuzza, permise alla neve, scesa dai monti, di accumularsi nelle cantine sottoposte alla strada, di essere lavorata e trasformata in candide bacchette, vendute, poi, per rinfreschi e festini, senza pretese dell’epoca. L’attività colorata di bianco, svolta familiarmente per lungo tempo e cancellata impietosamente dall’utile modernità, giustifica il nome che il vicolo porta e vanta come orgoglioso trofeo. Di rado il sole si il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccatemostra nella viuzza, solo gli ultimi piani del palazzo, a cui gli anni non si contano più, sono raggiunti da luminosi raggi, che mantengono vive le piante sporte ai balconi e questi schiacciatiil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate alla facciata, sembrano quasi disegnati. Di giorno, il luogo si perde negli odori delle case montate strette, si confonde nelle prolifiche attività artigiane, si distrae col passo frettoloso e nessuno vi bada, ma la sera, la sera è tutta un’altra cosa. Finita l’attesa, il posto, quieto come un vecchio focolare s’accende e accogliente ricovera all’interno. La porta ospitale si apre rigorosamente alle 20, per rinchiudersi non prima delle tre, quando ormai la città, da un pezzo, si è distesa nel sonno. All’ingresso a farsi avanti più che “lui”, Matteo Bonavita, da quasi 50 anni, il successore ultimo di tre generazioni avvicendatesi, è l’odore intenso del basilico, sparso abbondante sulla pizza e mescolato a quello fragrante della menta, servito per l’imbottitura della milza ed anche a quello non separato dell’origano e dell’aglio, saporoso sulle alici marinate. In bocca, nell’attesa, che dura in tutto una decina di minuti, già si pregusta il sapore morbido del baccalà, cucinato a zuppa e quello sfritto della ciambotta, un misto di melenzane, peperoni e patate, tagliate a tocchetti e servito nel rame dell’affumicata “tiella”. E poi, il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccatetripudio del gusto, da assaggiare ci sono i peperoni imbottiti, le zucchine alla scapece, i broccoli “scuppetiati” e le melanzane sia spaccate che alla parmigiana, per il salato ma anche l’irrinunciabile pastiera e l’inconfondibile scazzetta, per il dolce, piatti che solo qui hanno questo sapore. Tempo addietro, due distinti vecchietti: Armando e Giovanni, unil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate tutt’uno con i loro strumenti, mandolino e chitarra, suonavano melodie perché la sensorialità avvolgente del luogo fosse più completa. Che cosa ha fatto speciale il posto ce lo spiega lo stesso Matteo, due occhi con dentro tanto mare, quello limpido e tenue delle giornate primaverili, con guizzi chiari come i bianchetti ed il sorriso schiacciato nel volto, come un pomodoro allegro sulla pizza: “Il segreto” dice “sta nella scelta dei prodotti, tutti di gran qualità.” Ai mercati generali, al mattino verso le 11, è lui stesso a fare la spesa, come fa da sempre, incurante del tempo che passa, va spedito tra i banchi a scegliere dalle sporte, con consumata esperienza, ciò che verrà trasferito dal caos colorato e crudo del mercato, all’amalgama saporosa della cucina-capolavoro. Al il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccateVicolo della Neve, la vecchia Salerno resiste e si raffigura nella distesa d’aglio appesa, nei vani divisi e accarezzati dagli archi a scuri mattoni, nelle travi di massiccio legno a sostenere il soffitto, nelle suppellettili semplici ed essenziali. Un antro odoroso, oscuro, protettivo che faceva scrivere silenzioso Alfonso Gatto e dipingere con dirompente sensualità Clemente Tafuri. Sull’arco nero fumo, surriscaldato dalle fiamme rossicce del forno a legna, risucchiante come la vorace bocca dell’inferno, proprio su quell’arco che precede la cucina, il Maestro ha lasciato il tratto significativo dell’età dell’uomo. Grottesco, lascivo, il satiro vecchio spia la gioventù dai colori sfumati e si erge sugli altri dipinti che tappezzano l’ambiente, testimonianza dei molti che sono passati. Enrico Caruso, tra gli illustri, per esempio, non rinunciò a mangiare qui e neanche Giovanni Amendola e nemmeno i tanti nomi famosi, dello spettacolo, della letteratura, dell’arte e della politica, un elenco interminabile, tutti di passaggio nella città e presenti al Vicolo della Neve. Senza avvertire il peso degli anni, di sera in sera, la storica locanda si anima ed apre i battenti per mantenere intatta ai Salernitani la tradizione fragrante e golosa del cibo, quella stessa tradizione che ha trasformato il posto in un caldo focolare per i vecchi di un tempo, per i giovani attuali e per tutti coloro che sono di passaggio in questa splendida città.
Maria Serritiello

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Foto: vicolodellaneve.it; wikipedia.it vicolodellaneve on FB

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“La pastoraia di Via Giudaica” di Maria Serritiello

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Il posto che la ricoverava, angusto e scuro come una carbonaia, era un basso senza finestre che prendeva luce dalla strada e d’inverno si riscaldava con del fuoco, sistemato in una vecchia “bagnarola” di zinco annerito. Una scala di legno malandata portava, poi, ad un soppalco cigolante, dove “Fortuna” in compagnia del marito viveva la sua semplice vita. Qui circoscritto, tutto il suo regno, ma a lei non sembrava. Presto il mattino, sforato nel vicolo come un dono, la vedeva alzata con indosso abiti dimessi,la pastoraia di via giudaica,via giudaica salerno,maria serritiello,notino fortuna salerno,luigi scermino salerno,sacchi di juta,presepi salerno,botteghe salerno,artigiani salerno,storie salernitane,maestro carotenuto,presepe di carotenuto,sala san lazzaro del duomo di salerno quelli riportati uguali proprio in certi suoi manufatti: gonna nera arricciata, camicia bianca, grembiule e scialle scuro. Appena apriva, spalancando, le due metà della porta di legno, che nella notte le rinserravano la vita, il buio lasciava il basso e lei si trovava a sporgere il capo nella strada prima di chinarlo per l’intero giorno sulla creta. Con gesti lenti, ordinati, sempre uguali e prima della tranquilla manipolazione, si costruiva ogni volta un forno rudimentale, per la cottura dei suoi piccoli capolavori e ciò rientrava con naturalezza nell’affaccendarsi della giornata. Curva, per la prolungata postura china, accogliente e con un ripetuto e dolce sorriso, si concedeva volentieri alle parole per raccontare il passato, quello che, per farlo rivivere fisso a grandi e piccini, accorta, impastava tra le mani, così, semplicemente, come pane. Nella sua scurita bottega, gli odori si raccoglievano volentieri, come le persone. Spesso, trascurando, per poco il negozio di scarpe dello zio, accorreva, tra gli altri Luigi Scermino, appena fanciullo, per ascoltarla e per approfittare del suo fuoco acceso nella stagione fredda. Scermino, per anni, ora non più, viso aperto e occhi azzurrissimi, ha trascorso la vita vendendo calzature nello stesso negozio dello zio.
Intanto Fortuna, la creta impastata e soverchia la conservava nel sacchi di juta umidi, cominciava il lavoro molto prima dell’estate e proseguiva fino a natale per poi andare oltre, lavorando sempre con lena. Ma chissà come le era nata la passione per la creta in un mondo femminile che si rivolgeva naturalmente all’arte del ricamo, come la più adatta, come le sue abili mani avevano preso a modellare la pasta grezza invece di stringere tra le dita l’ago. Così, innumerevoli buoi, asinelli e statuine dai volti popolari, strappate a quella realtà che le si faceva incontro ogni giorno, hanno trovato posto nei presepi di mezza città; tanto belli che spesso venivano acquistati prima della coloritura, portati via a forza dalle rudimentali mensole su cui erano appoggiati, appena essiccati. Fortuna aveva per i suoi pastori un‘affezione particolare, perciò se ne staccava sempre malvolentieri, forse su quelle statuine l’espressività rievocava incisa le vane speranze, i carichi pensieri e i covati desideri, insomma nei tratti popolari, i segreti della sua anima pulita. I pastori erano il suo pane e come tale, prima della lenta cottura alimentata su di essi il gesto devoto della croce, proprio come si faceva un tempo infornando l’alimento quotidiano. E poi, le sue creature preferite, divenute anche le nostre, veri piccoli oggetti da collezione: la zingara col figlio in braccio, la lavandaia, il venditore di castagne, il banco della verdura, Benino che dorme e gli angeli, semplici oggetti di culto che vanno ormai scomparendo, perché Fortuna non li impasta più. Giustamente, allora, da un po’ di anni, con la sua semplice storia e la scura figura bonaria è divenuta personaggio dipinto nell’artistico presepe del maestro Carotenuto, esposto nella sala San Lazzaro del Duomo. La vecchia pastoraia di Via Giudaica è messo lì ad arricchire la vecchia scenografia di Natale e ad alimentare il ricordo nostalgico dei tanti salernitani che, numerosi, vanno nel vano buio, proprio per incontrarla.Maria Serritiello

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Foto: donnaclick.it

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Mario Plaitano, l’orologiaio di Piazza Portanova (a cura di Maria Serritiello)

mario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritielloOggi, per l’appuntamento GuestBook del Blog di Salerno, ho il piacere di ospitare la professoressa Maria Serritiello che ha raccolto l’invito di qualche settimana fa (e per questo la ringrazio) e poco più sotto ci racconterà una bella storia tutta salernitana che ha come protagonistamario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritiello,san pietro in vinculis salerno,maestro d’arte giovanni carpinelli,bar sette stelle salerno,palazzo del cetrangolo salerno,farmacia nappi salerno,la spiga di grano salerno,montefusco salerno,la gelateria buonocore salerno Mario Plaitano, il noto orologiaio di Piazza Portanova, per un ‘tuffo’ in quella Salerno che non c’è più ma che in tanti ancora ricordano e, nel caso della Professoressa Serritiello, raccontano.
La professoressa Serritiello, profondamente innamorata della sua città, attualmente in pensione, con un amore smisurato per la danza, la musica e le poesie (ha pubblicato sei raccolte, di cui una su Salerno, la sua città nativa dal titolo “Dalla finestra fiorita“), cura un suo blog personale ‘Il mio giornale‘, dove affronta argomenti di attualità, cultura e arte, mentre collabora con Lapilli.eu periodico culturale online. ‘Solo a metà‘ invece è l’altro blog dove Maria racconta la parte più intima dei suoi sentimenti.  Prima di lasciarvi alla lettura del Guest-post, ricordo a tutti coloro che vogliano cimentarsi con la realizzazione di un post che parli di Salerno e di salernitani, per poi vederlo pubblicato nella sezione GuestBook del Blog di Salerno, di mettersi in contatto al seguente indirizzo email: vsalernoblog@virgilio.it.

mario plaitano,orologiaio di piazza portanova,storie salerno,personaggi salerno,maria serritielloMario Plaitano, l’orologiaio di Piazza Portanova (di Maria Serritiello)
Spostare le lancette dell’orologio per ricordare come gli è nata la passione per questo oggetto, lui lo sa fare, è un orologiaio. Una professione trasmessagli nel sangue da suo nonno, che a Giffoni sei Casale, a suo tempo, fu il bravo ed unico orologiaio del paese, ma anche perché, fin da bambino, gli piaceva smontare e rimontare tutti gli orologi che gli capitavano tra le mani. Fu per caso che nel 1956 iniziò l’attività che, ancora oggi, espleta laddove l’ha iniziata e cioè al primo piano del vecchio palazzo di Piazza Portanova e dove si ricovera l’antica chiesa di San Pietro in Vinculis. Era il lontano 1951, quando il giovane Mario si trovò, per caso, a passare al n°1 di via Mercanti, presso il minuscolo negozio di suo zio che, da un bel po’di anni, si occupava di orologi come nella migliore tradizione di famiglia. Quel giorno, il giovanotto avrebbe dovuto intraprendere la carriera lavorativa presso gli uffici delle poste e dei telegrafi della città, un’occupazione che gli avrebbe assicurato una vita tranquilla per il futuro. Lo zio, però, in cerca di un erede, tentò di dissuaderlo, prospettandogli, se avesse continuato la sua la professione che, comunque, avrebbe dovuto lasciare, la possibilità di essere unico padrone nel suo negozio e non uno dei tanti dipendente in un ufficio. Fu così che il giovane smise di pensare al lavoro delle poste, senza che la rinunzia gli procurasse alcun trauma ed iniziò a formarsi seriamente, frequentando dal ’51 al ’56, un corso a pagamento di apprendistato e tirocinio con il maestro d’arte Giovanni Carpinelli, ricordato, dopo tanto trascorrere, non senza emozione e riconoscenza. Un tempo chi voleva apprendere un mestiere, dettato da sicura passione, si preparava con serietà, andava, come si soleva dire, “a bottega”, pagava ed era riconoscente a chi gli trasmetteva il sapere, sentimenti sconosciuti, ormai, ai più dei giovani. Il lavoro, non specificatamente intellettuale, non era considerato un’avventura selvaggia nel quale riuscire alla men peggio ma un patrimonio da acquisire, un importante punto fermo, oltre al servizio militare, nella formazione di ogni uomo. Così il giovane apprendista, durante il corso, assimilò con voracità e con l’attenzione necessaria, tutti i segreti dell’orologeria, dalla precisa nomenclatura dei pezzi, alla lingua francese usata dal cantone svizzero di Neuchatel, centro di fama mondiale per gli strumenti che scandiscono il tempo. Quando approdò, a fine corso, al primo piano del n°5 di piazza sedile di Portanova, Mario iniziò il lavoro fornendo pezzi di ricambio ed eseguendo piccole riparazioni sugli orologi a corda, quelli che s’accompagnavano al possessore per tutta la vita, tanto da essere tramandati da padre in figlio, quelli dalle sfere che giravano sui numeri romani e a dargli la corda era una rotellina stretta tra l’indice e il pollice. Vero oggetto di culto di grande significato affettivo ma anche di valore materiale, l’orologio, tanto che lo si poteva lasciare in pegno, in cambio di una somma di denaro. Al giovane orologiaio, in quegli anni, la riparazione interessava molto e si dedicava alla sistemazione di essi solo quando riusciva ad essere tranquillo ed in solitudine. I gesti precisi dell’oscultare e dello smontare la macchina sembravano, piuttosto, quelli di un medico e aiutato dal monocolo che ingrandisce di quattro volte i vari pezzi, Mario riusciva, con sua grande soddisfazione, a rilevare subito il difetto. Poi gli orologi non hanno avuto più bisogno delle sue cure e quelli esposti nel banco luccicante del suo negozio, appartengono alla generazione che al polso li cambia senza curarsi di preservarli o conservarli per tutta la vita. Nulla è più come prima, lo stesso Mario, oggi, è un distinto signore dai capelli grigi, sfumati di bianco e non più neri, con tanti ricordi nella mente che ci consegnano la stessa Piazza Portanova diversa da com’è, con figure ed esercizi scomparsi il “bar sette stelle”, “il palazzo del cetrangolo”, “la farmacia Nappi” dai vetri scuri, “la Spiga di grano”, “Montefusco” con la lana esposta nei sacchi dinanzi alla vetrina, “la gelateria Buonocore”, l’acquaiola “Margarita” e la “Singer” che organizzava corsi di taglio e cucito per le tante ragazze in cerca di autonomia, il femminismo dovrà ancora venire. Il tempo da Mario Plaitano ha un suono particolare, un ticchettio insistente che viene dagli innumerevoli orologi a pendolo e a cucù attaccati al muro e che nelle giornate uggiose Mario con dolcezza, spolvera e ricarica. La passione per questo oggetto, dopo tutto il tempo trascorso è intatta e lo spinge a trasmettere ai suoi nipotini, come già per i suoi figli, lo stesso attaccamento che lui ha provato, uno in particolare , il piccolo Mario, ma anche gli altri non sono da meno, che ogni sera, come chierichetto all’altare, segue suo nonno e l’aiuta a chiudere il negozio, gettando, prima, il paletto dietro al balcone e poi infilando le chiavi nella serratura, un rituale che preannunzia la continuazione e l’amore per il nobile oggetto del tempo.
Maria Serritiello

Salerno Smiling People
Foto: Maria Serritiello

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