“Gli Astrali. La musica dagli anni ’60 a Salerno” di Maria Serritiello

astrali,salerno,musica salerno,maria serritiello,salerno anni 60,germano cosenza,michele avagliano,cosimo palumbo,michele mattei,guido cataldo,bartolino cataldo,gennaro carbone,nello buongiorno,kennedy,nureyev,eduardo,zeffirelli,gore vidal,mastroianni,la loren,de sica,loy,pasqualino moretti,giuseppe carabella,vincenzo senatore,mkp 100,tre settimane da raccontare,e la chiamano estate,copacabana,stiva,capannina,hotel luna di amalfi,la fregata di postano,il lanternone di palinuro,taverna dei monaci di agropoli,maestro cataldo,rassegna estiva del teatro dei barbutiQualche anno fa ho scritto questo pezzo sui miei amici ‘Astrali‘, il complesso che, più di ogni altro, ha fatto ballare, negli anni ‘60 tanti giovani salernitani, me compresa. Insieme al loro profilo è tratteggiato uno spaccato dei giovani di allora, oggi tutti signore e signori maturi e di come trascorrevano le ore del divertimento. Un “amarcord” senza eccessiva nostalgia ma come testimonianza del passato.
Gli anni, ormai, della loro carriera insieme, sono tanti e baldanzosi gli Astrali si avviano, fra quattro anni, a celebrare, sia pure con qualche serata e con la formazione ridotta, i 50 anni di professione. Detto così fa un certo effetto ma vederli ogni tanto, quando riescono ad incontrarsi per combinare qualche serata, si cambia opinione. Sono inossidabili, come i Pooh e come una certa generazione che non si arrende e resta giovane dentro e a dispetto del tempo, per i più, anche fuori, con l’aspetto stigmatizzato nell’eterna giovinezza. Così ricordare gli Astrali, è come ripercorrere all’indietro un pezzo di storia della città, tanto hanno segnato con la loro melodia ogni momento passato di intere generazioni.
Ed erano proprio gli anni ’60, quelli favolosi, anni in cui la guerra dei padri era del tutto archiviata, in cui l’Italia si andava industrializzando ed il boom era dietro le porte, insieme alle ventate buone del ’68, quando alcuni ragazzi, con la musica come unica passione, diedero vita ad uno dei più prestigiosi complessi musicali, con un nome che, già nel suono, si proiettava verso le alte mete degli astri ed astrali, davvero, furono per tutti perché il cielo si toccava con mano, quando le loro note si elevavano dai vari strumenti. Si erano incontrati per caso, come succedeva un tempo, rincorrendo e calciando un pallone ed era stato facile fare amicizia, manifestare le proprie preferenze, confessare i sogni nascosti. Alla chetichella per non farsi scorgere dai genitori, che ritenevano quello svago una perdita di tempo, anzi ore sottratte allo studio, ognuno di loro strimpellava uno strumento preferito e, una volta incontratisi, fu naturale pensare alla formazione di un complesso. Erano gli anni in cui anche la musica seguiva la voglia dei giovani di riunirsi, di fare esperienza nel gruppo e in gruppo di indirizzare la propria vita nel sociale, di considerare la casa solo un ricovero e i genitori che l’abitavano dei “matusa”. Ma gli “Astrali” erano innanzitutto dei bravi ragazzi, rispettosi della volontà delle famiglie, che era in quei tempi non mediatici, il desiderio legittimo di assicurarsi prima un pezzo di carta per l’avvenire e poi la passione per la musica e così lo studio non fu trascurato, tanto che tutti riuscirono in seguito a laurearsi e ad essere affermati professionisti. Non furono, però, solo i genitori ad ostacolare il volo oltre la città natia, che per la bravura poteva essere possibile ma fu anche e soprattutto la trascuratezza di ognuno verso quel successo che nulla avrebbe aggiunto a quanto già avevano. Ed eccoli oggi, come un tempo, ad essere divisi in due, di giorno impegnati seriamente nel lavoro ma la sera tutti dedicati alla passione musicale e anche se il tempo è passato, ognuno di loro per proprio conto continua a fare serate, a rallegrare, suonando, quanti non si sono stancati di ascoltare la loro musica. Vecchie e nuove armonie perfette si amplificano dai loro strumenti, trascinandosi dietro inevitabili ricordi, quelli di quando tutti insieme in pedana davano il meglio al nome di Germano Cosenza (basso e canto), Michele Avagliano (chitarra), Cosimo Palumbo (piano) Michele Mattei (batteria e canto), Guido Cataldo (sassofono) ed in seconda formazione Bartolino Cataldo al piano e Gennaro Carbone alla chitarra e ancora quando nel’68, ma già sono in testa alle preferenze dei giovani di Salerno, arriva a dare più successo al complesso la voce di Nello Buongiorno, il barbuto musicista, più volte apparso in tv, quale ospite, tra i più graditi, di Mara Venier e sarà in seguito anche l’unico del complesso a spiccare il volo. Spaccati di memorie si sommano e “Gli Astrali” appaiono i giovincelli sbarbati, dai capelli appena allungati, come vuole la moda dei capelloni, con jeans e stivaletti tralasciati in favore di completi scuri, doppio petto e cravatta, rigorosamente indossati ancor oggi, che rimandavano un’immagine da seri orchestrali e adatta ai night della costiera. Già, la divina costiera di quegli anni, frequentata bene dai personaggi che allora contavano, sia nella politica che nello spettacolo o solo intellettuali, imprenditori e ricchi che si ritrovavano là come in un’ apartheid privilegiata e che rispondevano al nome di Kennedy, Nureyev, Eduardo, Zeffirelli, Gore Vidal, Mastroianni, la Loren, De Sica, Loy, tanto per citarne alcuni e dove i ragazzi perbene chiamati “Astrali” potevano figurare e accontentare i loro gusti musicali. Il repertorio messo appunto, infatti, spaziava dai brani sussurrati ed uno in particolare Fenesta Vasce riscoperto e portato al successo, ai ritmi più sfrenati. In quegli anni gli Astrali, con insolita bravura, arrangiavano con la loro sensibilità di artisti, la musica dei più grandi complessi: Beatles e Rolling Stones, non escludendo quella ritmata, vertiginosa e nera di Wilson Pickett, James Brown, Joe Tex, Otis Redding e così Marco Lenza con la chitarra si proiettava in svisate magiche alla Jimi Hendrix, mentre i fiati, la tromba di Pasqualino Moretti, il trombone di Giuseppe Carabella e i sassofoni di Guido Cataldo e di Vincenzo Senatore scuotevano ogni parte del corpo con vibrazioni mai più provate, in seguito, così intense. La musica di allora, più che adesso, raccoglieva tutte le istanze giovanili e serviva a ribellarsi, ad affermarsi, ad amoreggiare, ad essere, infine, se stessi e le note degli “Astrali” hanno alla meglio traghettato i giovani all’età matura. Ora ricordiamo con tenerezza le pomeridiane danzanti ma quanta fatica per arrivarci, per esserci dalle 18 alle 21 e ritornare a casa in tempo utile per la cena di mamma e papà. Con gli Astrali vengono in mente tante abitudini, perse ormai in quarant’anni, ma ancora vive nella memoria di tanti, per averle vissute con l’intensità giusta e l’entusiasmo dovuto. Una fra tutte, il MKP 100, ovvero cento giorni che precedevano gli esami di stato, la festa più desiderata dagli studenti che, almeno per un giorno, allentava la spirale della tensione, dimenticava le formule matematiche, tralasciava i ragionamenti filosofici e non avviava la svogliata traduzione dei classici greci e latini. Non si proclamava festa studentesca se a suonare non era la band degli “Astrali” e loro sulle note lente di “Tre settimane da raccontare” alla Fred Buongusto o di “E la chiamano estate”, alla Bruno Martino o ancor di più sulle note martellate, portate al successo dai complessi beat dei Primitives, Corvi, Rokes, Ribelli, Fuggiaschi e Nomadi, ma dai nostri Astrali arrangiate in modo personale, hanno dato svago, spensieratezza e avviato l’inizio di tanti ma proprio tanti amori. Perciò, per aver scritto con tanta bravura e semplicità la colonna sonora dei nostri anni giovanili che, fuori retorica, resteranno sempre i più belli, siamo grati a questi ragazzi.
La musica, in quegli anni dagli “Astrali” veniva diffusa da tutti i locali della città: Copacabana, Stiva, Capannina e da quelli delle due coste, Hotel Luna di Amalfi, La Fregata di Postano, Il Lanternone di Palinuro, la Taverna dei Monaci di Agropoli e per la loro bravura erano chiamati ad essere complesso d’appoggio ad artisti prestigiosi quali Peppino di Capri, Fred Buongusto, Patty Pravo, Lelio Luttazzi, Ricchi e Poveri, Giganti e tanti altri.
Mi sia consentito l’amarcord personale per i fratelli Cataldo. Il primo: “Bartolino”, impeccabile nel suonare il piano, mio compagno di banco nell’ultimo anno di scuola superiore, ora affermato giornalista oltre oceano, rivisto una sola volta e per caso, in tutti questi anni trascorsi. Il secondo “Guido” l’ottimo collega di classe e di viaggio nel raggiungere quotidianamente la sede scolastica di Oliveto Citra. Io e Guido, insieme, su di un testo “O cunte e Cicerenella” scritto dal padre e da lui musicato, a fine anno, riuscimmo a far recitare e cantare tutti gli alunni della scuola. Peccato non ci sia traccia visiva di questa performance, siamo negli anni ’80 e ancora non era scoppiata la mania del telefonino fotografo, ma nella mente, nel mentre scrivo, sono là, nel cortile assolato della scuola, con accanto il Maestro Cataldo che mi accompagna con la sua chitarra, e canto felice, si perché la musica mi rende felice, con tutti i nostri alunni.
Con la musica” dice Germano Cosenza (basso e canto) “ho avuto tutto quello che un giovane di allora non poteva permettersi e pure se la fatica era tanta, (si suonava senza intervallo dalle 22 alle 3), non l’ho mai sentita, anche per la giovialità che circolava tra noi”. “La musica fa parte della mia vita”continua “come un braccio , una gamba, le mie figlie, la vivo e l’ascolto senza tregua. Certo il repertorio che preferisco ricalca quello degli anni ’70, le mie giornate sono imperniate di rhythm and blues, di pezzi orchestrali ma anche, per curiosità, di tanto Eminem, Jovanotti o dj Francesco”. Non si penserebbe mai, per averlo fissato nella mente con in spalla la tracolla del basso, che Germano Cosenza nasce musicalmente suonando la fisarmonica, lo strumento che allora appassionava per la sua possibilità di essere tastato ovunque e anche perché, dalle prime televisioni accese, un maestro come Gorni Kramer, con una buffa intensità facciale ci rimandava una passione da imitare.
Oggi gli “Astrali” non suonano più insieme, l’hanno fatto, per una volta qualche anno fa e con una formazione ridotta, anche perché qualcuno non c’è più, alla Rassegna Estiva del Teatro dei Barbuti, un dono pregiato per gli ex giovani che, tutti ma proprio tutti, si sono ritrovati là a guardare, nel tempo della musica, quello trascorso per ognuno. Voce spiegata a cantare sulle note uscite dal sassofono di Guido Cataldo, il “Maestro” e pensieri fluttuanti sostenuti dalla melodia dolce o ritmata di tutti gli altri, che il pubblico non si è più trattenuto e ha “fatto orchestra” con loro. Tutti i presenti, se pure per una volta, mentre la musica innalza note al cielo stellato dei Barbuti, hanno avuto la gioia di ritrovare le atmosfere giovanili, i sapori genuini, le tradizioni incontaminate e l’ingenuità di una generazione che mentre loro cantavano è andata sulla luna!
Maria Serritiello

astrali,salerno,musica salerno,maria serritiello,salerno anni 60,germano cosenza,michele avagliano,cosimo palumbo,michele mattei,guido cataldo,bartolino cataldo,gennaro carbone,nello buongiorno,kennedy,nureyev,eduardo,zeffirelli,gore vidal,mastroianni,la loren,de sica,loy,pasqualino moretti,giuseppe carabella,vincenzo senatore,mkp 100,tre settimane da raccontare,e la chiamano estate,copacabana,stiva,capannina,hotel luna di amalfi,la fregata di postano,il lanternone di palinuro,taverna dei monaci di agropoli,maestro cataldo,rassegna estiva del teatro dei barbutiSalerno Smiling People
Foto: Maria Serritiello

Diventa anche tu Fan del Blog di Salerno su Facebook. In tanti lo sono già! Ti basterà Cliccare su “Mi Piace” prima di tutti e resterai sempre informato sulle notizie, le curiosità e gli eventi di Salerno e provincia.

“La gioventù salernitana degli anni ‘60” di Maria Serritiello.

lucia annunziata,salerno anni 60,ridotto salerno,scacchiera salerno,movimento studentesco del 68 a salerno,lungomare salerno,via cannonieri salerno,mario colucci,rodolfo de spelladi,sergio barela,italico santoro,enzo barone,lucio mascia e lucia annunziata,rino mele,pino cantillo,aldo schiamone,lucio avagliano,massimo panebianco,angelo trimarco,poesie di brecht,le stagioni di via cannonieriLa gioventù salernitana, degli anni ’60, si divideva, soprattutto, in quella del ‘Ridotto’ e in quella della ‘Scacchiera’, dal nome dei due circoli rivali, tra quelli esistenti in città. Il bonario contrasto tra i giovani, senza nulla di eccessivamente astioso, nel panorama cittadino di allora, diede vita ad una intensa stagione culturale, mai più ripetuta in seguito. Cominciava a quel tempo a manifestarsi, anche a Salerno, un certo fermento giovanile, quello che in seguito, altrove, si sarebbe connotato come il movimento studentesco del ’68 ed ecco che il modello limitato al perimetro studio/lungomare/famiglia, sino ad allora consumato, si rivelò improvvisamente stagnante, per una certa gioventù della città. L’idea, allora, di considerare un’alternativa valida al tran tran che non fosse solo una sorta di anticamera giovanile al circolo sociale ma un percorso alla ricerca della propria identità, si fece strada tra un gruppo di giovani universitari. E così prima in Via Arce, il 1° giugno del 1963 e poi in Via Cannonieri 3 (angolo Via Roma), il 4 ottobre del 1964, quel gruppo contrariato da una certa leziosità di stile che cominciava a contrassegnare “La Scacchiera” abbandonò le pigre serate, che pur rappresentavano una novità nell’inerte scenario salernitano e diede inizio ad un nuovo circolo il “Ridotto”. Il nome semplice e rassicurante fu scelto dai fondatori quasi per evocare un ambiente nel quale vivere una familiare complicità ed un confronto con gli altri senza rigori formali, finalmente un luogo dove ritrovarsi, non finanziato dai familiari o da terzi, interessati a ingerenze e a strumentalizzazione. Il Ridotto, al suo nascere, fu subito una specie di “zona franca” nel quale fu possibile trasgredire quel tanto di conveniente per l’epoca e sotto l’occhio vigile dei genitori che, molto spesso, si aggirarono nelle stanze, rimesse a nuovo dai volenterosi soci, per accertarsi in quale ambiente i loro figli, ma soprattutto le figlie, si sarebbero mossi. I tempi erano diversi, migliori ed anche i giovani lo erano, sicché abbandonata la facile goliardia si provvide a stilare un programma sociale che contemplasse in modo equo il tempo culturale, il tempo ricreativo e quello sportivo. Fu facile per i giovani fondatori, oggi tutti affermati professionisti, Mario Colucci, Rodolfo De Spelladi, Sergio Barela, Italico Santoro, Enzo Barone, Lucio Mascia e Lucia Annunziata, proprio lei che in seguito sarà la giornalista tutto di un pezzo della Rai e di certa stampa colta, proporre le dotte conferenze, preparate nella cessata libreria Macchiaroli e considerate di buon livello dagli intellettuali emergenti: Rino Mele, Pino Cantillo, Aldo Schiamone, Lucio Avagliano, Massimo Panebianco, Angelo Trimarco, di tanto in tanto di passaggio al Ridotto. Nei dibattiti che avevano per tema “Il nuovo ruolo della donna nella società”, “Il Matrimonio”, “Il Divorzio”, “Fidanzamento: flirt o impegno?”, “Il controllo della vita sessuale del singolo” sfilava l’ingenua vita di una cittadina di provincia di un’Italia appena uscita dalla civiltà agricola e che credeva possibile il sincretismo tra la cultura laica e marxista con quella cattolica. La vocazione giuridica dei tanti soci produsse la partecipazione erudita di docenti disposti a discettare, tra l’altro, su “L’Italia di fronte alle regioni”, “I nuovi temi della questione meridionale”, “Libertà ed autonomia costituzionale nello stato contemporaneo”, presupposti per una comune alfabetizzazione politica. E poi “Il Ridottosi occupò di musica jazz, di poesie di Brecht, di film di Antonioni e Bergman, di diapositive sulla guerra del Vietnam, di feste danzanti, di teatro e di cabaret, del “papiello” (una sorta di battesimo laico) per le matricole, dei travestimenti a carnevale, dei tornei di ping pong, della squadra di calcio, di gite sulla neve, di mostre del libro e quelle collettive dei pittori, di cacce al tesoro per la città, di sfilate di moda, presentate invariabilmente da ragazze e ragazzi ed infine il mare, con le sue giornate distese al sole, sulla spiaggia dell’Arcobaleno al porto. Un libro del 1995 “Le stagioni di Via Cannonieri”, di Enzo Barone, uno dei protagonisti della gioventù del “Ridotto”, descrive tutto ciò con esatta meticolosità, lascando un’utile testimonianza di quegli anni ai giovani di questa città. Indimenticabili, dunque, quei giorni in Via Cannonieri, per l’ intensità, la varietà e la capacità formativa, tutto alla modica cifra fissata prima in lire 1000 e poi in 1500 al mese, con pagamento di 300 lire di mora, quasi sempre abbuonate, se ritardatari. Ecco, gli anni ’60 salernitani si descrissero attraverso le ingenuità di una certa gioventù che proprio in quegli anni s’incontrava su al “Ridotto, spensierata e stupefatta, inconsapevole e pur già nella storia che preparava il ’68. Per i giovani del mitico circolo quegli anni furono gli ultimi vissuti in un clima semplice, piacevolmente pigro, scandito dalle canzonette dei primi 45 giri, rigirati nei juke-box e una su tutte “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stone” cantata da Gianni Morandi. Fu solo l’inizio, in seguito tutto non sarebbe stato come prima, tant’è vero che il “Ridotto” si chiuse.
Maria Serritiello

Salerno Smiling People
Foto: maps.google.it

Diventa anche tu Fan del Blog di Salerno su Facebook. In tanti lo sono già! Ti basterà Cliccare su “Mi Piace” prima di tutti e resterai sempre informato sulle notizie, le curiosità e gli eventi di Salerno e provincia.

Quel sapore buono della città al “Vicolo della Neve” – di Maria Serritiello

il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccateAd una cosa Salerno, non ha mai rinunciato, quando negli anni ’50 e ’60, l’inurbazione della provincia ha confusamente trasferito nella città altre radici ed altreil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate usanze, a riconoscersi interamente nella tradizione della cucina del “Vicolo della Neve. Somigliante ad un’antica taverna, il posto emana un inconfondibile fascino, quando abbandonate gli stretti budelli, s’invicola, nascondendosi al via vai della gente. Un tempo l’ombra fresca, e riottosa che stagnava nella discosta viuzza, permise alla neve, scesa dai monti, di accumularsi nelle cantine sottoposte alla strada, di essere lavorata e trasformata in candide bacchette, vendute, poi, per rinfreschi e festini, senza pretese dell’epoca. L’attività colorata di bianco, svolta familiarmente per lungo tempo e cancellata impietosamente dall’utile modernità, giustifica il nome che il vicolo porta e vanta come orgoglioso trofeo. Di rado il sole si il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccatemostra nella viuzza, solo gli ultimi piani del palazzo, a cui gli anni non si contano più, sono raggiunti da luminosi raggi, che mantengono vive le piante sporte ai balconi e questi schiacciatiil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate alla facciata, sembrano quasi disegnati. Di giorno, il luogo si perde negli odori delle case montate strette, si confonde nelle prolifiche attività artigiane, si distrae col passo frettoloso e nessuno vi bada, ma la sera, la sera è tutta un’altra cosa. Finita l’attesa, il posto, quieto come un vecchio focolare s’accende e accogliente ricovera all’interno. La porta ospitale si apre rigorosamente alle 20, per rinchiudersi non prima delle tre, quando ormai la città, da un pezzo, si è distesa nel sonno. All’ingresso a farsi avanti più che “lui”, Matteo Bonavita, da quasi 50 anni, il successore ultimo di tre generazioni avvicendatesi, è l’odore intenso del basilico, sparso abbondante sulla pizza e mescolato a quello fragrante della menta, servito per l’imbottitura della milza ed anche a quello non separato dell’origano e dell’aglio, saporoso sulle alici marinate. In bocca, nell’attesa, che dura in tutto una decina di minuti, già si pregusta il sapore morbido del baccalà, cucinato a zuppa e quello sfritto della ciambotta, un misto di melenzane, peperoni e patate, tagliate a tocchetti e servito nel rame dell’affumicata “tiella”. E poi, il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccatetripudio del gusto, da assaggiare ci sono i peperoni imbottiti, le zucchine alla scapece, i broccoli “scuppetiati” e le melanzane sia spaccate che alla parmigiana, per il salato ma anche l’irrinunciabile pastiera e l’inconfondibile scazzetta, per il dolce, piatti che solo qui hanno questo sapore. Tempo addietro, due distinti vecchietti: Armando e Giovanni, unil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate tutt’uno con i loro strumenti, mandolino e chitarra, suonavano melodie perché la sensorialità avvolgente del luogo fosse più completa. Che cosa ha fatto speciale il posto ce lo spiega lo stesso Matteo, due occhi con dentro tanto mare, quello limpido e tenue delle giornate primaverili, con guizzi chiari come i bianchetti ed il sorriso schiacciato nel volto, come un pomodoro allegro sulla pizza: “Il segreto” dice “sta nella scelta dei prodotti, tutti di gran qualità.” Ai mercati generali, al mattino verso le 11, è lui stesso a fare la spesa, come fa da sempre, incurante del tempo che passa, va spedito tra i banchi a scegliere dalle sporte, con consumata esperienza, ciò che verrà trasferito dal caos colorato e crudo del mercato, all’amalgama saporosa della cucina-capolavoro. Al il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccateVicolo della Neve, la vecchia Salerno resiste e si raffigura nella distesa d’aglio appesa, nei vani divisi e accarezzati dagli archi a scuri mattoni, nelle travi di massiccio legno a sostenere il soffitto, nelle suppellettili semplici ed essenziali. Un antro odoroso, oscuro, protettivo che faceva scrivere silenzioso Alfonso Gatto e dipingere con dirompente sensualità Clemente Tafuri. Sull’arco nero fumo, surriscaldato dalle fiamme rossicce del forno a legna, risucchiante come la vorace bocca dell’inferno, proprio su quell’arco che precede la cucina, il Maestro ha lasciato il tratto significativo dell’età dell’uomo. Grottesco, lascivo, il satiro vecchio spia la gioventù dai colori sfumati e si erge sugli altri dipinti che tappezzano l’ambiente, testimonianza dei molti che sono passati. Enrico Caruso, tra gli illustri, per esempio, non rinunciò a mangiare qui e neanche Giovanni Amendola e nemmeno i tanti nomi famosi, dello spettacolo, della letteratura, dell’arte e della politica, un elenco interminabile, tutti di passaggio nella città e presenti al Vicolo della Neve. Senza avvertire il peso degli anni, di sera in sera, la storica locanda si anima ed apre i battenti per mantenere intatta ai Salernitani la tradizione fragrante e golosa del cibo, quella stessa tradizione che ha trasformato il posto in un caldo focolare per i vecchi di un tempo, per i giovani attuali e per tutti coloro che sono di passaggio in questa splendida città.
Maria Serritiello

Salerno Smiling People
Foto: vicolodellaneve.it; wikipedia.it vicolodellaneve on FB

Diventa anche tu Fan del Blog di Salerno su Facebook. In tanti lo sono già! Ti basterà Cliccare su “Mi Piace” prima di tutti e resterai sempre informato sulle notizie, le curiosità e gli eventi di Salerno e provincia.