Quel sapore buono della città al “Vicolo della Neve” – di Maria Serritiello

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Somigliante ad un’antica taverna, il posto emana un inconfondibile fascino, quando abbandonate gli stretti budelli, s’invicola, nascondendosi al via vai della gente. Un tempo l’ombra fresca, e riottosa che stagnava nella discosta viuzza, permise alla neve, scesa dai monti, di accumularsi nelle cantine sottoposte alla strada, di essere lavorata e trasformata in candide bacchette, vendute, poi, per rinfreschi e festini, senza pretese dell’epoca. L’attività colorata di bianco, svolta familiarmente per lungo tempo e cancellata impietosamente dall’utile modernità, giustifica il nome che il vicolo porta e vanta come orgoglioso trofeo. Di rado il sole si il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccatemostra nella viuzza, solo gli ultimi piani del palazzo, a cui gli anni non si contano più, sono raggiunti da luminosi raggi, che mantengono vive le piante sporte ai balconi e questi schiacciatiil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate alla facciata, sembrano quasi disegnati. Di giorno, il luogo si perde negli odori delle case montate strette, si confonde nelle prolifiche attività artigiane, si distrae col passo frettoloso e nessuno vi bada, ma la sera, la sera è tutta un’altra cosa. Finita l’attesa, il posto, quieto come un vecchio focolare s’accende e accogliente ricovera all’interno. La porta ospitale si apre rigorosamente alle 20, per rinchiudersi non prima delle tre, quando ormai la città, da un pezzo, si è distesa nel sonno. All’ingresso a farsi avanti più che “lui”, Matteo Bonavita, da quasi 50 anni, il successore ultimo di tre generazioni avvicendatesi, è l’odore intenso del basilico, sparso abbondante sulla pizza e mescolato a quello fragrante della menta, servito per l’imbottitura della milza ed anche a quello non separato dell’origano e dell’aglio, saporoso sulle alici marinate. In bocca, nell’attesa, che dura in tutto una decina di minuti, già si pregusta il sapore morbido del baccalà, cucinato a zuppa e quello sfritto della ciambotta, un misto di melenzane, peperoni e patate, tagliate a tocchetti e servito nel rame dell’affumicata “tiella”. E poi, il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccatetripudio del gusto, da assaggiare ci sono i peperoni imbottiti, le zucchine alla scapece, i broccoli “scuppetiati” e le melanzane sia spaccate che alla parmigiana, per il salato ma anche l’irrinunciabile pastiera e l’inconfondibile scazzetta, per il dolce, piatti che solo qui hanno questo sapore. Tempo addietro, due distinti vecchietti: Armando e Giovanni, unil vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccate tutt’uno con i loro strumenti, mandolino e chitarra, suonavano melodie perché la sensorialità avvolgente del luogo fosse più completa. Che cosa ha fatto speciale il posto ce lo spiega lo stesso Matteo, due occhi con dentro tanto mare, quello limpido e tenue delle giornate primaverili, con guizzi chiari come i bianchetti ed il sorriso schiacciato nel volto, come un pomodoro allegro sulla pizza: “Il segreto” dice “sta nella scelta dei prodotti, tutti di gran qualità.” Ai mercati generali, al mattino verso le 11, è lui stesso a fare la spesa, come fa da sempre, incurante del tempo che passa, va spedito tra i banchi a scegliere dalle sporte, con consumata esperienza, ciò che verrà trasferito dal caos colorato e crudo del mercato, all’amalgama saporosa della cucina-capolavoro. Al il vicolo della neve salerno,storie salernitane,ristorante salerno,alfonso gatto,clemente tafuri,enrico caruso,giovanni amendola,maria serritiello,la vecchia salerno,tradizioni culinarie salernitane,salerno anni 50,salerno anni 60,matteo bonavita salerno,milza imbottita,la ciambotta,la tiella,broccoli scuppettiati,melanzane spaccateVicolo della Neve, la vecchia Salerno resiste e si raffigura nella distesa d’aglio appesa, nei vani divisi e accarezzati dagli archi a scuri mattoni, nelle travi di massiccio legno a sostenere il soffitto, nelle suppellettili semplici ed essenziali. Un antro odoroso, oscuro, protettivo che faceva scrivere silenzioso Alfonso Gatto e dipingere con dirompente sensualità Clemente Tafuri. Sull’arco nero fumo, surriscaldato dalle fiamme rossicce del forno a legna, risucchiante come la vorace bocca dell’inferno, proprio su quell’arco che precede la cucina, il Maestro ha lasciato il tratto significativo dell’età dell’uomo. Grottesco, lascivo, il satiro vecchio spia la gioventù dai colori sfumati e si erge sugli altri dipinti che tappezzano l’ambiente, testimonianza dei molti che sono passati. Enrico Caruso, tra gli illustri, per esempio, non rinunciò a mangiare qui e neanche Giovanni Amendola e nemmeno i tanti nomi famosi, dello spettacolo, della letteratura, dell’arte e della politica, un elenco interminabile, tutti di passaggio nella città e presenti al Vicolo della Neve. Senza avvertire il peso degli anni, di sera in sera, la storica locanda si anima ed apre i battenti per mantenere intatta ai Salernitani la tradizione fragrante e golosa del cibo, quella stessa tradizione che ha trasformato il posto in un caldo focolare per i vecchi di un tempo, per i giovani attuali e per tutti coloro che sono di passaggio in questa splendida città.
Maria Serritiello

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Foto: vicolodellaneve.it; wikipedia.it vicolodellaneve on FB

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“La pastoraia di Via Giudaica” di Maria Serritiello

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Il posto che la ricoverava, angusto e scuro come una carbonaia, era un basso senza finestre che prendeva luce dalla strada e d’inverno si riscaldava con del fuoco, sistemato in una vecchia “bagnarola” di zinco annerito. Una scala di legno malandata portava, poi, ad un soppalco cigolante, dove “Fortuna” in compagnia del marito viveva la sua semplice vita. Qui circoscritto, tutto il suo regno, ma a lei non sembrava. Presto il mattino, sforato nel vicolo come un dono, la vedeva alzata con indosso abiti dimessi,la pastoraia di via giudaica,via giudaica salerno,maria serritiello,notino fortuna salerno,luigi scermino salerno,sacchi di juta,presepi salerno,botteghe salerno,artigiani salerno,storie salernitane,maestro carotenuto,presepe di carotenuto,sala san lazzaro del duomo di salerno quelli riportati uguali proprio in certi suoi manufatti: gonna nera arricciata, camicia bianca, grembiule e scialle scuro. Appena apriva, spalancando, le due metà della porta di legno, che nella notte le rinserravano la vita, il buio lasciava il basso e lei si trovava a sporgere il capo nella strada prima di chinarlo per l’intero giorno sulla creta. Con gesti lenti, ordinati, sempre uguali e prima della tranquilla manipolazione, si costruiva ogni volta un forno rudimentale, per la cottura dei suoi piccoli capolavori e ciò rientrava con naturalezza nell’affaccendarsi della giornata. Curva, per la prolungata postura china, accogliente e con un ripetuto e dolce sorriso, si concedeva volentieri alle parole per raccontare il passato, quello che, per farlo rivivere fisso a grandi e piccini, accorta, impastava tra le mani, così, semplicemente, come pane. Nella sua scurita bottega, gli odori si raccoglievano volentieri, come le persone. Spesso, trascurando, per poco il negozio di scarpe dello zio, accorreva, tra gli altri Luigi Scermino, appena fanciullo, per ascoltarla e per approfittare del suo fuoco acceso nella stagione fredda. Scermino, per anni, ora non più, viso aperto e occhi azzurrissimi, ha trascorso la vita vendendo calzature nello stesso negozio dello zio.
Intanto Fortuna, la creta impastata e soverchia la conservava nel sacchi di juta umidi, cominciava il lavoro molto prima dell’estate e proseguiva fino a natale per poi andare oltre, lavorando sempre con lena. Ma chissà come le era nata la passione per la creta in un mondo femminile che si rivolgeva naturalmente all’arte del ricamo, come la più adatta, come le sue abili mani avevano preso a modellare la pasta grezza invece di stringere tra le dita l’ago. Così, innumerevoli buoi, asinelli e statuine dai volti popolari, strappate a quella realtà che le si faceva incontro ogni giorno, hanno trovato posto nei presepi di mezza città; tanto belli che spesso venivano acquistati prima della coloritura, portati via a forza dalle rudimentali mensole su cui erano appoggiati, appena essiccati. Fortuna aveva per i suoi pastori un‘affezione particolare, perciò se ne staccava sempre malvolentieri, forse su quelle statuine l’espressività rievocava incisa le vane speranze, i carichi pensieri e i covati desideri, insomma nei tratti popolari, i segreti della sua anima pulita. I pastori erano il suo pane e come tale, prima della lenta cottura alimentata su di essi il gesto devoto della croce, proprio come si faceva un tempo infornando l’alimento quotidiano. E poi, le sue creature preferite, divenute anche le nostre, veri piccoli oggetti da collezione: la zingara col figlio in braccio, la lavandaia, il venditore di castagne, il banco della verdura, Benino che dorme e gli angeli, semplici oggetti di culto che vanno ormai scomparendo, perché Fortuna non li impasta più. Giustamente, allora, da un po’ di anni, con la sua semplice storia e la scura figura bonaria è divenuta personaggio dipinto nell’artistico presepe del maestro Carotenuto, esposto nella sala San Lazzaro del Duomo. La vecchia pastoraia di Via Giudaica è messo lì ad arricchire la vecchia scenografia di Natale e ad alimentare il ricordo nostalgico dei tanti salernitani che, numerosi, vanno nel vano buio, proprio per incontrarla.Maria Serritiello

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Foto: donnaclick.it

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Le caramelle veneziane

le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salernoNel 2005 per un periodo, non lungo, Matteo Scannapieco, riprese al ‘Corso’, l’antica fattura delle ‘Caramelle Veneziane‘. Per molti fanciulli di una certa età fu una gioia …
Solo per qualche tempo, nel 2005, dall’affollato incrocio di Piazza Malta, allo slargo di Piazza Portanova, si risentì nelle narici l’odore dello zucchero cotto delle ‘caramelle veneziane’. Il buon odore, in effetti, mancava, a quanti erano di passaggio per il corso, dall’ 88 e cioè da quandole caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno Matteo Scannapieco, per il nuovo assetto del salotto cittadino, smise l’attività, impoverendo ancor più un tratto di strada che, per buona parte, ha racchiuso, un tempo più di oggi, lo svolgere della vita salernitana.
Qui, infatti, c’erano i più importanti esercizi commerciali, i bar frequentati per la chiacchierata tra amici ed il consumo in piedi del liquido nero, la ‘Casa del Caffé‘ per acquistarlo fresco e tostato, la Standa, una specie di bazar per ogni acquisto possibile ed il cinema, quattro per l’esattezza: il Capitol, l’Astra, il Mini ed il Metropol, dal quale nella bella stagione, oltre alle immagini le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salernodelle star, si potevano scorgere, da un oblò mobile, spalancato magicamente sulle teste degli spettatori, le stelle ed il cielo. A sentire la mancanza delle caramelle dai vivaci colori, quando “Matteo” smise fu, soprattutto, una certa generazione, quella del dopoguerra alla quale le gustose leccornie venivano offerte avvolte in un piccolo cono di carta oleata e come premio guadagnato.
Ad iniziare la lavorazione artigianale al numero civico 245 del corso Vittorio Emanuele fu ‘Ernesto‘ il padre di “Matteo”, una passione a sua volta trasmessagli dal di lui padre e che senza interruzione svolse dal ’46 al ’74, quando, appunto, passò il testimone al proprio figlio. Per anni la bancarella addobbata festosamente dalle ghiottonerie colorate, come il vestito di Arlecchino, la maschera veneziana, da cui il nome delle caramelle, ha raccolto intorno a sé, ad ogni inizio di lavorazione, grandi e piccini. Ernesto prima e il figlio poi, novelli ‘Merlino‘ riuscivano con destrezza, per mantenere alta la tradizione, a mutare davanti a tutti e in un corpo rotativo riscaldato dal fuoco, la polvere granulosa dello zucchero, in una matassa filamentosa che allacciata e riallacciata ad un ganciole caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno della stessa bancarella, si trasformava, all’istante, nei gustosi coriandoli. La ricetta, semplice, dallo zucchero all’aroma, dal fuoco alle poche gocce di colore, è stata sempre segreta, infatti, non si tramandava neppure da padre in figlio e se, nei due periodi successivi, Matteo riuscì a continuare la produzione fu dovuto al fatto che, nel dna di questa famiglia, c’è la predisposizione e la capacità di “rubare il mestiere”, malgrado la segretezza di ognuno. E così nel 2005, dopo17 anni, Matteo sentì di nuovo il bisogno di riprendere ciò che aveva sospeso, ora definitivamente abbandonato. Ma il vecchio banco con la spianatoia di marmo bianco, sul quale tre generazioni hanno posato le mani, rifacendo gli le caramelle veneziane,piazza malta salerno,storie salernitane,matteo scannapieco,casa del caffé,l'ex standa salerno,cinema capitol salerno,cinema astra salerno,cinema mini salerno,cinema metropol salerno, la ex standa a salernostessi gesti, mescolando ed amalgamando gli stessi ingredienti, come avevano fatto il padre ed il nonno di Matteo, è impresso nella memoria collettiva dei salernitani. Per magia negli occhi di quelli che ricordano, ancora si allineano, le particolari caramelle, uniche nel gusto e fantasiose nei colori che richiamavano il rosso della fragola, il giallo della banana, il verde della menta e il bianco dell’ anice, con il chicco nero di caffé, detto “mosca”. Chissà, se mai più la tradizione di famiglia avrà una continuazione nel futuro e se all’improvviso, gli eredi di Matteo sentiranno, malgrado le loro professioni, il richiamo della dolce alchimia, che nessuno ha trasmesso loro, chissà… intanto per la gioia della memoria, ci basterà socchiudere gli occhi nel posto dove da bambini tiravamo per la manica i genitori, ed esprimere un desiderio, magari sotto le stelle cadenti delle scintillanti luci d’artista, per ritrovare intatto il dolce del gusto.‘ di Maria Serritiello 

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Foto: casa.it; nataleword.com; ilmegafono.org; kataweb.com; blognatale.com

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